emoriale delle vittime dell'emarginazione sociale

stampa B. PERSONE CON DISABILITA’: L’ALLARMANTE SITUAZIONE A PARTIRE DAGLI ANNI ‘60
 
B.1. L’autoemarginazione richiesta dalle Associazioni di persone con disabilità

Significativo esempio, che ha avuto nefaste conseguenze per migliaia di persone soprattutto quelle con disabilità grave, è il pronunciamento nel 1970 della Commissione costituita dai Presidenti delle più importanti organizzazioni allora esistenti nel settore della disabilità (Opera nazionale mutilati e invalidi di guerra, Associazione nazionale vittime civili di guerra, Associazione mutilati e invalidi del lavoro, Unione nazionale mutilati per servizio, Libera associazione mutilati e invalidi civili) che, dopo aver puntualizzato che «la generalità dei cittadini invalidi costituisce nel suo complesso un insieme nettamente distinto del popolo italiano», richiede «come indispensabile e indilazionabile, una radicale e completa riforma di struttura del settore degli invalidi che, prescindendo dalla causa invalidante, sia attuata differenziando chiaramente i cittadini portatori di invalidità permanente dai cittadini sani o incidentalmente malati», nonché «la delega dello Stato ad un unico ente di diritto pubblico, di ogni azione di pubblico intervento e quindi dell’istruzione e dell’addestramento professionale degli invalidi e del loro collocamento al lavoro, dell'assistenza sanitaria limitatamente agli esiti dell'invalidità permanente di quella sociale, morale e giuridica e della cura e di ogni altra provvidenza che possa essere a loro rivolta», stabilendo altresì che l'amministrazione di questo ente di diritto pubblico deve essere «espressione diretta ed esclusiva delle associazioni di categoria».
Sostenuta dagli emarginatori era stata l’iniziativa dell’Anthai, Associazione nazionale per la tutela degli handicappati, che (cfr. il n. 100/1992 di “Prospettive assistenziali”) intendeva costruire «un complesso polifunzionale, composto da case protette, residenze speciali, day hospital, nonché da strutture residenziali, commerciali e sportive». Nel complesso dovrebbero essere ricoverate «dalle cento alle duemila persone». Secondo l'Anthai «l'area destinata ad un primo esperimento del genere dovrà consistere in almeno 15 ettari e, con ogni probabilità, la scelta cadrà nel Lazio, sebbene si preveda di costruire un centro per ogni regione. La spesa iniziale si aggira intorno ai 100 miliardi per circa 800 posti». Anche se ogni tanto qualcuno è folgorato dall'idea di eliminare gli handicappati dal vivo del contesto sociale relegandoli in incivili ghetti, magari di lusso, è estremamente preoccupante che l'iniziativa dell'Anthai abbia ottenuto il sostegno dell'Assessorato enti locali e servizi sociali della Regione Lazio, che ha svolto uno studio specifico al riguardo.

B.2. Assai negative norme del Codice canonico

Il Codice canonico, promulgato da Papa Benedetto XV nel 1917, rimasto in vigore, salvo alcune modifiche, fino al 1983, non solo oltraggia le persone nate fuori dal matrimonio (cfr. A.5), ma anche le persone colpite da disabilità. Infatti il Codice canonico stabilisce che sono irregolari per difetto:
a) coloro che sono colpiti da menomazioni fisiche e che, a causa della loro deformità, non sono in grado di adempiere al ministero dell’altare in modo valido;
b) coloro che sono o sono stati epilettici, pazzi o posseduti dal demone. Però, se dopo aver ricevuto l’ordinazione risulta sicuramente che ne sono immuni, l’ordinario può nuovamente permettere loro l’esercizio della normale attività.

B.3. Arcivescovo di Perugia: i neonati “mongoloidi” possono essere lasciati morire

Sulla pubblicazione ufficiale del Vaticano l’Osservatore della domenica del 26 gennaio 1969, Monsignor Ferdinando Lambruschini, all’epoca noto teologo-moralista e Arcivescovo di Perugia «circa il dovere o meno di salvare la vita di prole nata precocemente, mediante ricorso all’incubatrice» aveva sostenuto – incredibile ma vero – che «l’obbligatorietà di tale ricorso va affermata quando si prevede che detta prole potrà avere una vita normale» e che «se si tratta invece di prole anomala, ad esempio mongoloide, non si può interdire, ma neppure imporre, in nome della coscienza cristiana, il ricorso all'incubatrice, che prolungherebbe una vita di stenti e di sacrifici».
Monsignor Lambruschini aveva utilizzato non solo le parole fortemente dispregiative sopra riportate «prole anomala, ad esempio mongoloide», ma anche i seguenti termini infamanti «prole anormale», «prole tarata», «prole deforme». C’era anche un riferimento ai «così detti mostri umani» (1).

B.4. Ragazzi ammassati come bestie

Durante la trasmissione televisiva di TV7 del 4 luglio 1969 “I figli di tutti” di Manuela Chadringer, Mario Tommasini, Assessore all’assistenza, igiene e sanità di Parma, ha dichiarato quanto segue: «Noi a Sospiro abbiamo ritirato dei ragazzi della Provincia di Parma perché, in una visita che abbiamo fatto, sono stati trovati in un modo che... è indescrivibile. Questi ragazzi erano in uno stanzone, in uno stanzone nudo: ragazzi nudi, in mezzo a un... in mezzo a dello sterco, a dell'urina, coperti solamente da uno straccio. Questi ragazzi erano... avevano i piedi gonfi dal permanere su questo pavimento continuamente lurido e mangiavano lì, in quel posto, come... come... degli animali. Noi siamo arrivati a vedere queste cose dopo una... uno scontro violento, anche, con i dirigenti di questo istituto, perché non volevano... non volevano lasciarci entrare in questi reparti. Siamo entrati in questo reparto, chiamato dal medico il reparto dei sudici. Erano irrecuperabili. Diceva che stare vestiti non potevano perché si laceravano, tener le scarpe se le sarebbero tolte, e non avevano nessuna capacità né di intendere né di volere. Beh, a un anno e mezzo di distanza, questi sono i ragazzi che erano a Sospiro: Francesco...poi chi c'era? Giorgio, Massimiliano. Addirittura, Massimiliano dicevano che era sordomuto, invece è un bambino che poi, in un ambiente diverso, ha incominciato a parlare; ed altri ragazzi che in questo momento sono a lavorare. A Ficarolo di Rovigo, dove abbiamo ritirato dei nostri ragazzi, se lei vedesse l'organico di questo istituto, sembra l'organico del più grande istituto... del più perfetto istituto che mai si sia visto; se poi vede nella realtà, non c'è niente. A Ficarolo, i ragazzi sono ammassati come tante bestie».

B.5. Bambina di sei anni definita “pericolosa a sé e agli altri”

Con ordinanza del 23 ottobre 1970, il Sindaco di C. (Milano) firma il provvedimento «per ricovero di alienati» della bambina L.P.M.F. nata nel 1964, definita a 6 anni «pericolosa a sé e agli altri» e indirizzata all’Ospedale psichiatrico di Limbiate.

B.6. Utilizzo di denominazioni emarginanti

Un inaccettabile contributo alla quasi unanime connotazione negativa delle persone con disabilità è l’utilizzo di definizioni emarginanti. Ad esempio, l’acronimo dell’Anffas è “Associazione nazionale famiglie di fanciulli subnormali”, mentre la testata della rivista della Società italiana di neuropsichiatria infantile è “Infanzia anormale”. A sua volta l’Istat utilizza i termini “anormali e minorati” per indicare i dati relativi al numero degli istituti di assistenza e dei ricoverati, come risulta dall’Annuario statistico dell’assistenza e della previdenza sociale (cfr. il precedente punto A.3.). Molto usata è la definizione “minorati psichici” che crea una devastante confusione con i malati psichici e cioè con le persone con infermità psichiatriche e favorisce il ricovero di disabili intellettivi in strutture manicomiali, ad esempio la famigerata “Villa Azzurra” di Grugliasco, Torino. Inoltre, proprio perché assimilate ai malati psichiatrici, fino alla sentenza della Corte costituzionale n. 50 del 1990, le persone con disabilità intellettiva sono escluse dal collocamento obbligatorio al lavoro di cui alla legge 482/1968.

B.7. Cottolengo: libera imposizione

Negli anni ’60, per essere ammessi alle strutture di ricovero del Cottolengo di Torino, le persone con handicap fisico e integre capacità intellettive sono costrette a sottoscrivere la seguente dichiarazione: «Io sottoscritto faccio rispettosa domanda alla Direzione della Piccola Casa della Divina Provvidenza di essere accolto nella Famiglia invalidi, promettendo da parte mia di accettare liberamente l’ordinamento che mi verrà imposto» (2).

B.8. Una bruciante lettera di un ricoverato presso il Cottolengo di Torino

Riportiamo integralmente la lettera di Roberto Tarditi, pubblicata su n. 1, gennaio 1987, di "ControCittà”
«Dilaga, in quest’ultimo periodo, la tendenza a rivalutare il ruolo e le funzioni degli istituti privati e pubblici di assistenza. Io cittadino portatore di handicap "cosiddetto grave", ospite per 35 anni del Cottolengo, vorrei fare alcune considerazioni. Le prime, di ordine storico, scaturiscono dalla lettura di alcuni passi di una lettera di Giuseppe Benedetto Cottolengo inviata da Carlo Alberto nel 1833 per far riconoscere legalmente il suo Istituto: "Da qualche tempo in qua coadunati alcuni letti di ricovero di taluni di que’ molti miserabili, che altrimenti perirebbero abbandonati, come di condizioni morbose non ammissibili in alcun venerando ospedale» e poi «vari generi di persone povere altrimenti potrebbero essere colla loro infelicità il disturbo della pubblica pace e il peccato in seno ai sudditi".
Emerge evidente l’intenzione di ghettizzare i più deboli in modo da eliminare la loro presenza dal tessuto sociale e non turbare così la vita dei «cosiddetti normali».
Nei 150 anni successivi non è stato modificato il modo di affrontare il problema, contribuendo così a mantenere e a sviluppare nell’opinione pubblica la tendenza a voler isolare e nascondere i « diversi».
Ovviamente la responsabilità principale ricadono sui vari governi via via succedutesi i quali non hanno affrontato la questione in termini di inserimento di ogni cittadino nella vita sociale.
Di fatto fino a non molti anni fa lo Stato si è limitato a lasciare a istituti privati, prevalentemente religiosi, la gestione del problema. Infatti, nel 1968 il Ministero degli interni cinicamente affermava che "L’assistenza ai bisognosi racchiude in sé un rilevante interesse generale, in quanto i servizi e le attività assistenziali concorrono a difendere il tessuto sociale da elementi passivi e parassitari".
Quando parlo di mondo cattolico e di società non voglio generalizzare in quanto, in questi ultimi anni, settori sia cattolici sia laici hanno lottato e operato per l’inserimento attivo dei soggetti portatori di handicap nel tessuto sociale e hanno contribuito a combattere quella parte di società che affronta il problema in puri termini di assistenzialismo.
A questo punto entro nel merito della mia esperienza. Ho 41 anni; appena nato, a causa del mio handicap e di una cultura emarginante che ha spinto mia madre, ragazza madre, a sbarazzarsi di me, sono stato rinchiuso al Cottolengo, per ben 35 anni. Per moltissimo tempo ho vissuto una vita vegetale fino al momento in cui ho preso piena coscienza della mia condizione fisica e ho maturato, in conseguenza, una visione politica della mia situazione.
Penso che una persona sia tale se nella sua vita, può affrontare e risolvere tutta una serie di problematiche (affetti, amicizie, lavoro, studio) e di piccole scelte (decidere se andare in vacanza al mare od in montagna, se andare al cinema o fare politica). In istituto tutto ciò non era possibile.
L’ideologia che ci veniva inculcata era quello secondo la quale noi dovevamo espiare i peccati altrui e quindi il nostro unico compito era quello di pregare per meritare il paradiso. Quando uno di noi prendeva coscienza politica della propria condizione e cercava soluzioni diverse veniva confinato in un reparto di anziani malati cronici in modo da non poter "turbare" la vegetatività dei compagni giovani.
Nella grande maggioranza dei casi il nostro handicap è stato determinato da mancanza di prevenzione o da responsabilità ben precise (ad esempio l’uso dei talidomide) e non certo per causa divina. Il farci credere che noi rappresentiamo un disegno di Dio significa uccidere la nostra capacità di ragionare sulla condizione in cui viviamo. Conseguenza di lunghi anni "prigione", di isolamento e di condizionamenti psicologici è che molti di noi temono il mondo reale e quindi hanno paura a cercare di inserirsi nel tessuto sociale. Secondo una cultura dominante, io rappresento un soggetto che non può avere relazioni sociali come tutti ma deve vivere assistito. Al contrario, ormai da sei anni, vivo in un alloggio affrontando autonomamente i problemi di tutte le persone. Ho anche costruito rapporti sociali e affettivi come qualsiasi persona "cosiddetta normale" pur tenendo conto della mia diversità fisica. La mia crescita sarebbe risultata impossibile se avessi continuato a vivere in un istituto protetto.
Ora, oltre a sentirmi vivo e attivo, credo di contribuire alla crescita della società portando la mia esperienza e lottando per l’inserimento delle persone handicappate, e più in generale, contro la ghettizzazione di tutte le categoria emarginate e indifese
».

B.9. Esclusione dei bambini con handicap dalle normali strutture prescolastiche e scolastiche

In quegli anni i bambini con handicap sono quasi sempre esclusi dalla frequenza delle normali strutture prescolastiche e scolastiche, nonché dalle relative attività culturali, ricreative e sportive. Inoltre sono inesistenti le iniziative volte alla loro preparazione al lavoro. Non solo non vi sono esperienze di inserimento lavorativo di detti soggetti, ma ogni proposta in merito è addirittura improponibile anche culturalmente. Le classi differenziali e le scuole speciali sono istituite in alcune zone del nostro Paese; negli anni ’60-’70 per i bambini e ragazzi con vera o presunta insufficienza mentale il ricovero in istituti a carattere di internato o in reparti manicomiali è ritenuto molto spesso un intervento adeguato alle loro esigenze. Al termine del ciclo scolastico, quasi ovunque non vi sono servizi di sorta: il ricovero in istituto è quindi largamente praticato.
In data 17 aprile 1970 il Provveditorato agli studi di Torino chiede alle Direzioni didattiche del territorio di fornire i dati relativi agli alunni insufficienti mentali (gravi Q.I. da 0 a 50; medio-lievi Q.I. da 50 a 75; casi limite Q.I. da 75 a 85), nonché quelli indicati come “disadattati sensoriali gravi” (sordastri, logopatici, ambliopici o subvedenti) e coloro che sono classificati come “disadattati fisici gravi”. Inoltre, chiede di precisare la loro provenienza (dal domicilio delle famiglie o dall’istituto) e di precisare quali erano i mezzi di trasporto utilizzati dai ragazzi.
Sconcertanti le risposte: a) Direttrice didattica del Circolo di Venaria: «Nel circolo di Venaria quest’anno sono stati fatti gli esami psicologici individuali a carico dell’equipe provinciale soltanto a 12 bambini di classe prima. Dei 91 alunni delle classi speciali ben 41 non sono stati sottoposti a reattivi mentali; quanto agli altri non sono più sottoposti a test dal 1965 o dal 1966, nella migliore delle ipotesi dal 1967. Degli alunni delle classi normali (che assommano a 1.800) e classi differenziali (gli allievi delle differenziali sono 85) soltanto una quindicina sono stati sottoposti quest’anno a tests di intelligenza e non ancora a quelli proiettivi, per cui non si è ancora giunti a classificarli in modo adeguato. Circa la possibilità di suddividere i disadattati sensoriali in sordastri, logopatici ed ambliopici, le equipe della Provincia hanno esaminato soltanto le capacità uditive dei bambini della classe terza, ma tali esami non sono a tutt’oggi [15 maggio 1970, e cioè al termine dell’anno scolastico, ndr.] ultimati: infatti alcuni alunni sono stati convocati per ulteriori accertamenti. Non si è in grado inoltre di ricostruire i risultati delle visite audiometriche degli anni precedenti»;b) Direttore della scuola Pacchiotti di Torino: «Non è mai stata eseguita alcuna seria indagine su tutti gli alunni (…). I dati riferentesi agli insufficienti mentali sono incompleti, mancano i referti di 59 visite psicomedicali»; c) Direttore del Circolo didattico di None: «Gli insegnanti non sono stati in grado di rispondere alle richieste (…); molto onestamente mi hanno dichiarato che si sentono sprovvisti degli strumenti diagnostici per ordinare gli alunni insufficienti mentali secondo la tipologia proposta dal questionario». Aggiunge quanto segue: «La prego, Signor Ispettore, di farsi partecipe presso i Superiori Uffici del disagio nel quale gli Insegnanti e Direttore sono venuti a trovarsi nell’impossibilità di affrontare, con un minimo di serietà un problema tanto grave».

B.10. Violenze e abusi

Fra le innumerevoli segnalazioni di gravissime violenze inferte ai minori con handicap ricoverati in istituti a carattere di internato è sconvolgente la vicenda dell’istituto Santa Rita di Grottaferrata (Roma), che inizia nel 1951 con l’apertura di una struttura per bambini gravemente disabili e si conclude con l’arresto della direttrice Maria Diletta Pagliuca avvenuto il 7 giugno 1969. Come risulta dalla sentenza della Corte d’Assise di Roma del 23 dicembre 1971, nell’ispezione del 6 giugno 1969 gli inquirenti «trovano 13 ragazzi che dormivano in coppie su sette lettini, tranne l’A. che dormiva da solo, ciascuno con la testa verso la spalliera e legati a loro per le gambe. Anche le braccia erano avvinte, mediante catenelle assicurate con lucchetti o con legacci di stoffa, alle apposite spalliere del letto; l’ambiente era impregnato di fetore». Da notare che l’istituto aveva continuato a funzionare per ben 18 anni senza essere in possesso della relativa preventiva autorizzazione prevista dalla legge e nonostante che il Prefetto di Roma ne avesse ordinato la chiusura per ben due volte a seguito di una relazione in cui l’ispettore aveva rilevato che «non vi sono parole adatte per descrivere le pessime condizioni di abitabilità e manutenzione e lo stato di abbandono di questo sedicente istituto di ricovero [in cui] vi sono bambini cento volte più infelici per il luogo dove vivono che per la loro menomazione» (3).
Numerose e assai gravi le violenze inflitte alle persone con disabilità negli anni successivi. Ad esempio, come risulta dalle notizie riportate dai giornali.
- Istituto medico-psico-pedagogico di Chiusa Pesio (Cuneo) - Decesso di W.T. di 16 anni per blocco intestinale, conseguente all'ingestione di oltre tre chili di ghiaia. Al momento del ricovero in ospedale il ragazzo era in grave stato di denutrizione, vomitava feci ed era in agonia (Gazzetta del Popolo dell'8-12-1975).
- Ospedale psichiatrico di Palermo - Vi sono ricoverati una trentina di bambini dai 4 ai 14 anni, affidati alle cure dei malati mentali adulti. Spesso i bambini «vengono tenuti legati ai tavoli e alle sedie». È in corso una inchiesta della magistratura (Gazzetta del Popolo del 13-1-1976 e Amica del 5-2-1976).
- Torino - Disperato appello di una madre il cui figlio è malato (autismo precoce infantile): «Nessuno vuole curarlo» (Gazzetta del Popolo del 27-10-1976).
- Istituto privato «Casa della Divina Provvidenza» di Bisceglie - Accoglie 3800 persone e dà lavoro a 2000 persone (tutte assunte con sistemi clientelari) e riceve ogni anno dall'Amministrazione provinciale di Bari per le sole rette ben 20 miliardi. «Era un vero e proprio "lager" l'istituto ortofrenico di Bisceglie dove ieri è stata effettuata una ispezione per ordine della procura del tribunale per i minorenni di Bari (...). Si sono appresi particolari agghiaccianti che non trovano riscontro in nessuno dei più turpi casi del genere, venuti alla luce negli ultimi venti anni». L'istituto «ospita malati sofferenti di insufficienza mentale: duecento hanno meno di 18 anni, il più piccolo ne ha cinque; alcuni sono ricoverati da pochi mesi; altri da anni; un ragazzo di dodici anni è lì da quando ne aveva uno e mezzo». «L'ispezione ha permesso di accertare che tre bambini erano bloccati con medioevali attrezzi di contenzione; altri tre erano "ancorati" coi piedi ad altrettanti tavoli, con cinte consunte: ai letti, maniglie con fasce pendenti; negli armadi, viti, manicotti ed altri rudimentali aggeggi usati per "tenere a freno" i malati» (Gazzetta del Popolo del 9-1-1977, l'Unità del 10-1-1977 e COM-Nuovi Tempi del 23-1-1977).
- Foggia - Da un verbale esistente presso il Tribunale per i minorenni risulta che all'ospedale psichiatrico “Santa Maria” di Foggia la situazione è così descritta: «Promiscuità (maggiorenni irrecuperabili e bambini con lieve deficit intellettivo, malati di mente e handicappati fisici me-scolati insieme); casi sospetti di omosessualità; casi evidenti di violenza tradizionale (incontinenti perennemente legati - anche di notte? - ai seggioloni col buco); mancanza di tecniche di recupero; insufficienza di personale; nessun presidio ricreativo, degenti abbandonati a se stessi in uno stato pre-comatoso che si protrae dal giorno alla notte» (La Stampa del 28-1-1977).
- Catanzaro – Trattato peggio di una bestia – La Repubblica del 28 giugno 1990 - Come ha riferito Filippo Veltri nell’articolo “Undici anni legato al letto” «Vive dimenticato da tutti. Da undici anni legato a un letto, vicino a un termosifone, per non fare del male a sé stesso e agli altri. È la triste storia di Giuseppe C., 23 anni, un cerebropatico di Catanzaro, che passa le sue lunghe giornate con i polsi assicurati a un letto. Si alza una sola volta la settimana, nel suo giorno di “festa”, quando gli infermieri gli fanno la doccia. Per il resto vive come un animale in gabbia. Uno scandalo in piena regola, anche se i medici del Dipartimento di salute mentale dell'Unità sanitaria locale numero 18 di Catanzaro fanno notare come il vero ed autentico scandalo sia quello che Giuseppe non abbia che poche speranze, perché nel territorio dell'Usl di Catanzaro non esistono strutture alternative per malati gravi del tipo di Giuseppe».
- Laterza – Strappate le unghie delle mani e dei piedi a tre disabili gravi – Nell’istituto privato Osmairm (Organizzazione sanitaria meridionale assistenza inabili e recupero minorenni) sito a Laterza (Taranto), nella notte fra il 30 aprile e il 1° maggio 1996 sono state strappate a tre ricoverati tutte le unghie delle mani e dei piedi. I torturati sono giovani di 16, 23 e 26 anni; due di essi sono colpiti da insufficienza mentale e da tetraparesi spastica, il terzo è affetto da tetraplegia a seguito di un grave trauma cranico. I seviziatori sapevano che nella stanza in cui è stato compiuto l'orrendo crimine, al secondo piano dell'istituto, solo tre dei cinque soggetti handicappati ivi ricoverati non erano in grado di gridare o di reagire in altro modo.

B.11. Le persone in carrozzella devono viaggiare nei bagagliai

Come risulta dagli atti parlamentari del 30 ottobre 1970, rispondendo all’interrogazione n. 3-03417 presentata dall’On. Cesarino Niccolai, il Sottosegretario di Stato per i trasporti Cengarle ha precisato che «il trasporto delle persone invalide, unitamente al proprio mezzo di locomozione, è consentito, nei limiti dello spazio disponibile, nei bagagliai dei treni viaggiatori», aggiungendo che «allo stato attuale le caratteristiche del materiale rotabile non prevedono, nei bagagliai, speciali ambienti isolati da riservare ai trasporti particolari in argomento, per cui, nonostante l’interessamento del personale ferroviario, non si possono escludere situazioni di disagio». Dunque le persone in carrozzella erano considerate dei pacchi e subivano pertanto non solo la segregazione nel bagagliaio privo di servizi, ma anche le conseguenze del freddo gelido e del caldo afoso. Trascorsi dieci anni senza alcun cambiamento, le Ferrovie dello Stato avevano proposto ai propri dipendenti il versamento di 150 lire al mese per finanziare iniziative non precisate «a favore dei figli e dei congiunti handicappati dei ferrovieri». Ancora una volta non diritti ma elemosine con ampia pubblicizzazione dei giornali e l’adesione di alcune organizzazioni sindacali.

B.12. Bambini condannati a vivere come i ciechi
Nell’articolo “Condannati a vivere come i ciechi”, apparso su Oggi, n. 4, 1966, Neera Fallaci aveva intervistato il Professor Giuseppe de’ Gennaro, docente universitario e chirurgo oculista, il quale aveva dichiarato quanto segue: «Come ispettore oculista ho controllato tutti i ricoverati a carico della Provincia di Napoli: almeno il trenta per cento potrebbe e dovrebbe essere fuori di là e frequentare classi speciali. Invece vengono bendati, abituati a non vedere perché la percezione tattile sia falsata da quella visiva e viene loro insegnato il Braille». In quel periodo era abbastanza frequente il ricovero negli istituti per ciechi di bambini che “vedono male”, ma le istituzioni intervenivano «per procurare loro un tetto e il pane». Il Professor de’ Gennaro ricordava il caso di cinque fratelli siciliani affetti da cataratta congenita che, sebbene l’intervento fosse felicemente riuscito, «i due maggiori sono tornati all’istituto ciechi di Palermo perché ormai sono alla vigilia d’un diploma in Braille» mentre «i minori sono a Napoli, vivono in collegio». Uno dei fratelli «aveva la cataratta congenita a un occhio, ma dall’altro ci vedeva bene. Eppure anch’egli era stato ricoverato nello stesso istituto per ciechi». Pertanto, conseguenza crudele del trattamento ricevuto, «sapeva leggere e scrivere solo in Braille» pur vedendo bene da un occhio! Inoltre il Professor de’ Gennaro aveva precisato che «molti istituti dei ciechi, nonostante ospitino una rilevante percentuale di minorati visivi, non hanno neppure l’oculista, né vi è un controllo all’atto di ammissione del bambino».

B.13. La “clemenza della Magistratura”

In primo luogo va osservato che negli anni ’60–80 (e purtroppo anche successivamente) quasi mai sono stati rinviati a giudizio dai Procuratori della Repubblica i funzionari incaricati della vigilanza degli istituti di ricovero che avevano omesso di compiere il loro dovere, con la conseguente prosecuzione delle violenze inferte ai minori ivi accolti. È il caso, ad esempio, dei responsabili del mancato controllo degli istituti dei Celestini di Prato e di quello gestito dalla Pagliuca di Grottaferrata.
Fra gli episodi più significativi si ricorda la vicenda di Monsignor Patrizio Carroll Abbing, Presidente dell’Opera per la Città dei ragazzi di Roma, accusato di «aver omesso di inviare al Giudice tutelare gli elenchi dei minori prescritti dall’articolo 314/5 della legge 5 giugno 1967 n. 431», impedendo quindi l’adozione dei fanciulli privi di assistenza materiale e morale da parte dei loro genitori. Infatti il Giudice istruttore, Antonio Aliprandi, con l’ordinanza del 13 maggio 1973, respingeva la succitata richiesta affermando che «non essendo l’assistenza sociale attività la cui titolarità è riservata alla pubblica amministrazione, e quindi pubblico servizio, l’esercizio di essa non costituisce esercizio di un pubblico servizio».
Si segnala inoltre che il Pretore di Capriati Volturno il 15 maggio 1970 aveva assolto per aver agito in stato di legittima difesa, un operatore accusato di abuso di mezzi di correzione in danno di un convittore di 12 anni cui aveva «procurato lesioni guarite in 7 giorni fissandogli ai piedi due pezzi di ferro dal complessivo peso di Kg. 3,450 a mezzo di catena con lucchetto» per evitare che scappasse dall’istituto (4).
Si sottolinea che nel giudicare l’operato dei responsabili e degli operatori degli istituti che avevano inferto violenze anche gravi ai bambini e ai ragazzi ricoverati, mai si è tenuto conto dell’articolo 224 del regio decreto 15 aprile 1926 n. 718 il cui terzo comma stabilisce quanto segue: «Sono vietate le punizioni corporali e quelle consistenti nella privazione degli alimenti» (5).
Pertanto anche per atti di estrema gravità sono state pronunciate sentenze di assoluzione o sono state inflitte pene molto lievi.
Fra le punizioni più frequenti e violente vi erano quelle relative all’enuresi notturna, fenomeno molto noto derivante dalla carenza di cure affettive.
Orbene, dagli atti di un processo celebrato nel nostro Paese negli anni ’70 risulta che le punizioni riguardavano anche «le gocce di pipì strizzate in bocca dalle mutandine bagnate, il leccare con la lingua l’orina colata in terra o il tenere avvolte sul capo le lenzuola bagnate».


Note
(1) Come è stato riportato sul numero 130/2000 di “Prospettive assistenziali” con il titolo “I soggetti con sindrome di Down definiti agonia umana”: «A Messina un sacerdote nega la confessione ad un bambino con sindrome di Down; a Torino il settimanale cattolico “Il Nostro Tempo” commenta il fatto in prima pagina e cerca “come sempre nei momenti di smarrimento le parole che illuminano di fede una situazione difficile da capire nell’umiliazione della ragione”. Le trova affermando che “l’agonia umana è anzitutto un atto d’amore” e sostenendo addirittura che la sindrome di Down è una «dolorosa, lunga e misteriosa “agonia umana”». Il settimanale della Diocesi di Torino conclude l’articolo con le parole “Che cosa importa? Tutto è grazia”. Ma questa non è la dimostrazione di una cinica insensibilità nei confronti delle esigenze e dei diritti delle persone con handicap Down e dei loro congiunti?». Segnaliamo altresì che, come è stato pubblicato su “La Stampa” del 1° luglio 2012, Monsignor Andrea Gemma, Vescovo emerito di Isernia, durante la trasmissione “Vade retro” andata in onda il 9 giugno 2012 su TV2000, canale di proprietà della Cei, Conferenza episcopale italiana, ha dichiarato che «il posseduto dal diavolo ha le movenze e il portamento simile a un Down».
(2) Cfr. il volume di Emilia De Rienzo e Claudia De Figuereido, Anni senza vita al Cottolengo – Il racconto e le proposte di due ex ricoverati, Rosenberg &Sellier, Torino, 2000.
(3) Cfr. il volume di Bianca Guidetti Serra e di Francesco Santanera, Il Paese dei celestini. Istituti di assistenza sotto processo, Einaudi, Torino, 1973.
(4) Cfr. Bianca Guidetti Serra e Francesco Santanera, op. cit.
(5) A tutela dei minori gli altri due commi dell’articolo 244 del regio decreto 718/1926 erano così redatti: «Gli istituti indicati nei precedenti articoli devono essere ordinati in maniera da assicurare possibilmente ad ogni ricoverato la sanità fisica e psichica e in tutti i casi l’istruzione elementare di grado preparatorio, inferiore e superiore, l’istruzione professionale e l’avviamento a quel mestiere o a quella professione che risponda alle sue abitudini». «L’ordinamento disciplinare educativo e l’abituale comportamento del personale di direzione, educazione, assistenza e vigilanza, nei riguardi dei ricoverati, devono essere scevri da ogni asprezza o severità sistematica ed informati al principio che gli educatori debbono sopra tutto mirare alla conquista della fiducia, della stima e dell’affetto dei singoli ricoverati».

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