Notiziario della Fondazione promozione sociale 171/2010
Malati
psichiatrici gravi: un accordo scritto per valorizzare il ruolo dei familiari nell’interesse
del paziente
Nel n. 170, 2010 di questa rivista è stato pubblicato
il documento “Valorizzazione del ruolo dei familiari nelle cure domiciliari dei
malati psichiatrici”, predisposto dall’Associazione Diapsi (Difesa ammalati
psichici) e dalla Fondazione promozione sociale[1]: si
tratta ancora di una proposta aperta al confronto con quanti sono impegnati
nella tutela dei diritti dei malati psichiatrici affetti da disturbi gravi che
vivono in famiglia[2]. L’obiettivo è avviare un
percorso che porti all’approvazione di una legge nazionale (che non esclude
delibere locali da parte di singole Asl), che riconosca il ruolo della famiglia
nel percorso di cura e stabilisca diritti/doveri tra gli attori coinvolti
attraverso un patto concordato e sottoscritto dal Dsm (Dipartimento di salute
mentale), il paziente (quando ne ha la capacità) ed i familiari di riferimento.
Perché questa necessità?
Perché nell’ambito dell’attività di consulenza che
svolgiamo dal
Il succitato documento propone invece un approccio
volto alla collaborazione nel rispetto dei diritti/doveri di ciascuno con lo scopo di valorizzare –
anche sotto il profilo economico – il ruolo importante sostenuto dai familiari,
quando vi sono naturalmente le condizioni per la permanenza del loro congiunto
a domicilio.
In questa nota affrontiamo un altro aspetto: la
difficoltà dei familiari ad essere coinvolti nel progetto di cura di un proprio
congiunto ricoverato, anche quando quest’ultimo è d’accordo e ha un rapporto
positivo con loro.
Vedremo come, con l’aiuto della nostra Fondazione, il
familiare di un paziente psichiatrico grave, ricoverato in comunità alloggio,
riesce ad ottenere dal Centro di salute mentale la predisposizione di un
progetto scritto che accoglie le sue richieste e ne riconosce, in pratica, il
suo ruolo attivo nel percorso di cura con il congiunto malato.
La sorella di Giancarlo ci chiede aiuto
(aprile 2007)
Ci incontriamo per conoscere meglio la situazione e
stabilire se siamo in grado di intervenire. Veniamo a sapere che Giancarlo ha
35 anni ed è affetto da schizofrenia diagnosticata quando ne aveva 20. I
genitori sono anziani e molto malati. Il dolore per la malattia del figlio li
ha sopraffatti. Giancarlo ha tentato di vivere da solo, con un supporto del
Centro di salute mentale, limitato però a un intervento quotidiano di un infermiere
per garantire l’assunzione dei farmaci, ma non ha retto, neppure con il
sostegno della sorella e quello di una collaboratrice domestica pagata
privatamente dalla famiglia. Alla fine si sono arresi tutti ed è stato
ricoverato in una comunità alloggio, dove sembra trovarsi bene.
La sorella però lamenta poca chiarezza nei rapporti:
ad esempio il coordinatore le chiede una certa somma per sostenere le spese
personali del fratello; l’assistente sociale dell’Asl gliene chiede altre. Alla
fine è la sorella a stabilire l’importo in base alla pensione di invalidità
percepita da Giancarlo e va bene per tutti, anche se alla sua richiesta di sapere
quale sia la norma in base alla quale il fratello deve contribuire sul piano economico,
nessuno è in grado di rispondere.
L’aspetto più grave, tuttavia, è che la sorella
continua a non avere un foglio scritto in cui risulti che Giancarlo è stato
inserito a cura del Csm dell’Asl di residenza. Non vi è certezza sulla durata
della permanenza di Giancarlo in quella comunità: tutti parlano di un progetto
(operatori della comunità, infermiera e psichiatra dell’Asl), ma nessuno mette
per iscritto il progetto e indica tempi e modalità del percorso di cura.
Anche gli operatori della comunità sono insofferenti,
perché faticano a stabilire una comunicazione costante e proficua con lo
psichiatra che ha in carico Giancarlo. È la stessa sorella che deve ricostruire
la storia clinica del fratello, fornire la documentazione, ma anche chiedere
più attenzione da parte degli operatori su altri aspetti importanti per
Giancarlo: i controlli sanitari non sono sempre regolari; scarsissimo è il
coinvolgimento dei familiari o, almeno, della sorella che è certamente quella
più presente e reperibile. Inoltre scarsa attenzione viene posta alla persona
di Giancarlo per cui quando la sorella va a trovarlo lo trova spesso sporco e
con gli abiti in disordine, qualche volta anche non suoi; gli indumenti nuovi
“spariscono” regolarmente e la sorella è costretta a chiedere una lista
ufficiale degli abiti consegnati. L’assenza di una presa in carico da parte
dello psichiatra del Csm è evidente. La conseguenza, purtroppo, si traduce in
un aumento della conflittualità tra gli operatori della comunità alloggio e la
sorella di Giancarlo, entrambi esasperati dalla situazione, che sono costretti
a gestire da soli senza la necessaria e indispensabile mediazione di chi ha il
compito della cura di Giancarlo e di seguire il suo inserimento in comunità.
Che cosa propone
La Fondazione mette in evidenza che finora è mancata
una richiesta scritta di chiarimento al responsabile dell’Asl. Le numerose
telefonate della sorella, infatti, non hanno lasciato traccia, né tantomeno
hanno ottenuto risposte scritte.
È quindi indispensabile fare chiarezza circa la presa
in carico di Giancarlo da parte del Centro di salute mentale e,
conseguentemente, avere maggiori delucidazioni in merito alle prestazioni
sanitarie e socio-sanitarie dovute a Giancarlo in base alle leggi vigenti,
nonché agli oneri economici eventualmente a suo carico. Si propone inoltre alla
sorella di chiedere la nomina di un amministratore di sostegno, tenuto conto
che già ne svolge le funzioni, ma senza averne il riconoscimento. La sorella è
informata, ma non vuole assumere un ruolo definito, per non entrare in
conflitto con il padre[3]. Non
accetta neppure il suggerimento di scrivere: teme di avere una reazione negativa
da parte dello psichiatra e decide di insistere solo telefonicamente per
ottenere una relazione scritta, che non arriverà, come vedremo in seguito.
Interrompe anche i rapporti con
Nuova richiesta di aiuto (ottobre 2008)
A più di un anno di distanza, la sorella si rivolge
nuovamente alla Fondazione e, questa volta, è decisa a scrivere, spaventata
dalla proposta verbale dello psichiatra dell’Asl di trasferire Giancarlo in
un’altra struttura, probabilmente per soggetti con maggior autonomia.
Testo della lettera inviata all’Asl
dalla sorella di Giancarlo
La sottoscritta
M. B. in qualità di sorella di Giancarlo B., ricoverato presso la comunità
alloggio ABCD di P., chiede la messa a punto di un contratto di cura tra la
sottoscritta e il responsabile del Dipartimento di salute mentale che ha in
carico il sig. Giancarlo B. per definire quanto segue:
-
riconoscimento formale della sottoscritta quale
collaboratrice volontaria disponibile nel contribuire al raggiungimento delle
migliori condizioni di vita di Giancarlo;
-
precisazione delle prestazioni assicurate (e con quale
frequenza) dal Dipartimento di salute mentale, sia presso la comunità alloggio;
-
sottoscrizione del progetto di cura da parte di tutti
i contraenti (referente Dipartimento di salute mentale/Asl, sottoscritta,
Giancarlo, referenti comunità);
-
indicazione delle modalità di verifica del progetto di
cura e degli obiettivi compresi quelli del medico di medicina generale della
comunità; facoltà anche per la sorella di richiedere approfondimenti medici;
-
indicazione del soggetto a cui Giancarlo e chi lo
rappresenta possono ricorrere in caso di controversie.
Ai sensi
della legge 241/1990 si richiede una risposta scritta[4].
La sorella non fa nulla di quanto
concordato
La sorella non spedisce la lettera e non informa
Dopo alcuni mesi la sorella scriverà alla Fondazione
quanto segue: «la lettera di cui sappiamo è da molto tempo pronta, imbustata
ed indirizzata, ma ho atteso le novità del nuovo responsabile che, a dire il
vero, si sta facendo attendere, nonostante le mie insistenze. Non so se ho
fatto bene. Nell’ultima telefonata, avendo saputo della lettera pronta (ma non spedita),
ha insistito perché leggessi il contenuto. Quando ci sarà l’incontro, conto di consegnarla
a mano. È corretto?».
La Fondazione risponde che non è in grado di garantire
alcun risultato se, una volta concordato un percorso, questo non viene
rispettato. In ogni caso spiega per l’ennesima volta alla sorella che per
ottenere informazioni scritte dall’Asl è indispensabile inoltrare una richiesta
scritta e conclude insistendo perché la raccomandata sia spedita.
La raccomandata è finalmente spedita
(giugno 2009) e l’Asl risponde per iscritto (settembre 2009)
Devono trascorrere altri sei mesi prima che la sorella
decida di spedire, finalmente, la lettera raccomandata: siamo a giugno 2009.
Che cosa fa superare tutte le paure e le resistenze?
L’ennesimo incontro al quale erano presenti tutte le parti in causa (familiari,
responsabili del Centro di salute mentale e della comunità alloggio), al
termine del quale per l’ennesima volta la sorella si è sentita rispondere che
non è prassi del Csm rilasciare progetti scritti. Inoltre, per la prima volta, viene
fatto presente alla sorella che Giancarlo non è interdetto e non è stato
nominato nessun amministratore di sostegno. Pertanto i suoi dati personali non
possono essere comunicati ad altri se non previa delega scritta. Sempre
verbalmente spiegano che il progetto di trasferimento è ancora in fase di
elaborazione e non può essere comunicato nemmeno all’interessato, ovvero a
Giancarlo. Anche la questione economica (quanto lasciare a Giancarlo per le sue
esigenze personali) non si può definire perché varia di volta in volta a
seconda delle iniziative intraprese dalla comunità alloggio. Pertanto viene
anticipato che verrà richiesto il versamento di altre somme, senza citare alcun
riferimento normativo.
Insomma la situazione è così precaria che la sorella,
ormai sfinita, decide finalmente di inviare la lettera. Due mesi dopo, non
avendo ricevuto riscontri, si decide per un ulteriore sollecito scritto.
Finalmente un operatore dell’Asl telefona alla sorella
di Giancarlo anticipando l’arrivo della risposta scritta. Tre mesi dopo la
spedizione della raccomandata, l’Asl risponde. Non entra nel merito, ma si
limita a rilevare – correttamente – che è indispensabile una delega scritta di
Giancarlo, che autorizzi l’Asl a coinvolgere la sorella nel progetto di cura.
Prontamente viene predisposta una nuova raccomandata
con la quale è Giancarlo che richiede – oltre alle prestazioni elencate nella
lettera precedente della sorella – anche il «riconoscimento
formale di mia sorella, signora M. B., quale collaboratrice volontaria disponibile
nel contribuire, per quanto Le è possibile, al raggiungimento delle migliori
condizioni di vita del sottoscritto».
Segue a breve un incontro a cui partecipano nuovamente
tutti i protagonisti (novembre 2009): Giancarlo, la sorella, i genitori di
Giancarlo, il nuovo psichiatra responsabile del Csm e l’infermiera, in cui
vengono affrontate le richieste avanzate con le due citate lettere
raccomandate.
Ai primi del mese di dicembre 2009 l’Asl, a seguito di
quanto concordato nell’incontro, invia a Giancarlo e a sua sorella una lettera
raccomandata nella quale viene definito il progetto di cura di Giancarlo. La
lettera contiene le seguenti informazioni:
-
una relazione sul
percorso di cura realizzato dalla comunità alloggio con l’indicazione degli
obiettivi raggiunti, sulle criticità ancora presenti e sulle proposte che si
suggeriscono per superarle;
-
sono elencate le
tappe da raggiungere, mentre i tempi non vengono definiti in quanto dipendono
da numerose variabili;
-
viene ridefinita la gestione del denaro di Giancarlo, si
stabilisce come devono avvenire i versamenti e sono indicate le voci di spesa da
coprire;
-
è fissata la data
(un anno circa di distanza) per la rivalutazione del progetto.
Conclusioni
Il caso appena descritto conferma l’enorme timore dei
familiari nei confronti del personale medico che ha in cura i propri cari.
Temono che la giusta rivendicazione di un loro diritto porti il medico ad
assumere comportamenti negativi nei riguardi del paziente, che non è in grado
di difendersi. I familiari preferiscono telefonare, insistere e a volte anche a
usare toni forti nei confronti dei responsabili dell’Asl. Lo scrivere è sempre
vissuto come l’ultima spiaggia.
Come abbiamo cercato di dimostrare non è così.
Scrivere è la modalità prevista dalla legge per ottenere i propri diritti e il
rispetto di quelli del proprio congiunto malato. È la prassi che obbliga i
responsabili dell’Asl, tenuti per legge a curare i malati psichiatrici, a
fornire le prestazioni sanitarie e socio-sanitarie a cui i malati hanno diritto.
La legge 241/1990 ha introdotto altresì il diritto per
l’utente a chiedere trasparenza e il dovere per l’istituzione a fornire le
informazioni attinenti alla sua situazione.
Ovviamente è stato importante il ruolo svolto dalla
Fondazione per quanto riguarda sia l’impostazione delle richieste avanzate
all’Asl, sia il sostegno del malato e dei suoi congiunti.
La sorella di Giancarlo non è ancora pienamente
soddisfatta e ha ragione in quanto non tutto è stato ottenuto. Inoltre, nelle
parti in causa, non è stato coinvolto il personale della comunità alloggio. È
comunque un buon risultato, se si tiene conto che non c’è nessuna norma che
obblighi il Centro di salute mentale a stipulare accordi scritti.
Per questo al punto 10 della petizione popolare[5], che
è stata recentemente approvata da oltre cento organizzazioni di volontariato e
del terzo settore, viene tra l’altro richiesto alla Regione Piemonte e alle Asl
di assumere «i provvedimenti necessari
per garantire la presa in carico della persona malata con la predisposizione
obbligatoria di un piano individualizzato di intervento da concordare – per
quanto possibile – con l’utente, i familiari e/o l’amministratore di
sostegno/tutore. Il testo del piano individualizzato deve essere consegnato
agli interessati con la precisazione dei tempi e delle modalità di verifica».
Auspichiamo che l’esperienza descritta, se ritenuta
valida, venga fatta propria dalle associazioni di tutela delle persone affette
da malattia psichiatrica grave.
[1] Per la stesura del documento ci si è avvalsi altresì del contributo della dott.ssa Maria Rosaria Sardella e del dott. Marco Petrizzelli della Società italiana di psichiatria (Sip), Gruppo Piemonte e Valle d’Aosta.
[2] Il
confronto è aperto per contributi o chiarimenti. Si può scrivere e/o telefonare
a
[3] Nel 2009 il papà muore e la sorella presenta la
richiesta per l’amministrazione di sostegno di Giancarlo.
[4] La legge 241/1990 riguarda la trasparenza amministrativa tra utenti e Amministrazioni pubbliche. Obbliga queste ultime a rispondere per iscritto entro 90 giorni dal ricevimento della lettera, che deve essere spedita raccomandata con ricevuta di ritorno.
[5] Si
veda in questo numero la presentazione della petizione
popolare, il cui testo è consultabile anche sul sito www.fondazionepromozionesociale.it.