Prospettive assistenziali, n. 154, aprile - giugno 2006

 

 

Specchio nero

 

 

 

BAMBINO CACCIATO DA SCUOLA PERCHÉ RIFIUTA GLI PSICOFARMACI

 

A.B. è un ragazzino di dodici anni che, secondo quanto scrive Carlo Grande su La Stampa del 27 aprile 2006, è «intelligente e socievole» anche se «ha sempre avuto una vivacità difficile da con­tenere».

Tuttavia «ciò non gli ha impedito di andare a scuola come tutti i suoi coetanei, con insegnanti di sostegno». Risulta, inoltre, che fino alle elementari tutto è andato liscio.

Alle medie – frequenta la Scuola Rinascita di Milano – sono iniziati i problemi: «Da subito ha dovuto rinunciare all’orario completo perché secondo gli insegnanti e i docenti di sostegno era impossibile gestirlo tutto il giorno. La situazione è precipitata a febbraio, quando il ragazzino è stato sospeso perché avrebbe reagito aggressivamente. Pare che – continua l’articolista – costretto a starsene in una stanzetta da solo mentre i compagni erano occupati in un laboratorio, abbia data sfogo alla sua mortificazione prendendo a calci il banco».

Sottoposto ad una serie di esami neurologici, A.B. «è risultato assolutamente normale».

Ciò nonostante, il ragazzo è stato sospeso dalla frequenza scolastica e per riammetterlo «la scuola pretenderebbe che venisse sottoposto a terapie farmacologiche molto pesanti, come un malato psichiatrico».

All’udienza del Tribunale di Milano del 28 aprile 2006, convocata con procedimento di urgenza, è intervenuto tramite un proprio legale il Comitato “Giù le mani dai bambini” depositando una relazione in cui viene rilevato che «la scuola non può ammettere implicitamente le proprie carenze nel prestare assistenza ad un bambino “difficile” facendo poi ricadere gli effetti di tale carenze sulla famiglia e sul bambino stesso, allontanandolo dalle lezioni» in quanto «l’istruzione pubblica è un preciso diritto sancito costituzionalmente».

Inoltre il Comitato “Giù le mani dai bambini” ha affermato che «la vera sfida deve essere un’altra: dotarsi delle necessarie risorse professionali, perché è ormai ampliamente dimostrato che questi problemi del comportamento si risolvono con protocolli scientificamente testati (psicologia clinica, pedagogia, ecc.) che non richiedono necessariamente l’utilizzo di psicofarmaci, i quali – se pur risolvono le crisi contigenti – non “curano” nulla, perché una pillola non può risolvere la causa remota del disagio, ed inoltre espone il bimbo al rischio di gravi effetti collaterali in caso di assunzione prolungata».

A conclusione dell’udienza del 28 aprile 2006, A.B. è stato riammesso a scuola, i cui dirigenti proporranno alla famiglia un concreto piano di reinserimento.

Purtroppo in Lombardia è presente un altro caso analogo: B.C., di dodici anni, non frequenta la scuola da oltre quattro anni.

Sorge un interrogativo: la vicenda di A.B. e B.C. riguarda due casi isolati oppure è in atto il tentativo di espellere dalla scuola i bambini con problemi?

 

 

VIOLENZA SESSUALE DI UN EDUCATORE SU UNA BIMBA DI CINQUE ANNI: IGNORATE ANCORA UNA VOLTA LE MISURE PREVENTIVE

 

Il quotidiano la Repubblica del 15 maggio 2006 segnala l’ennesimo caso di violenza sessuale perpetrata da un educatore ad una bambina di cinque anni.

La giornalista Sarah Martinenghi riferisce che «è stato il disegno di una bimba di cinque anni a far capire che qualcosa di strano era successo».

La piccola aveva trascorso una settimana a “Inverno-ragazzi”, un centro ricreativo della collina torinese dove i genitori l’avevano tranquillamente iscritta affinché giocasse e si divertisse con gli altri bambini.

Al ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale - come precisa Sarah Martinenghi - «un giorno ha tirato fuori le sue matite e i pennarelli colorati e ha iniziato a disegnare sul foglio: le piccole mani della bambina hanno tracciato linee precise, inequivocabili. È emersa infatti chiaramente la figura di un uomo nudo, un ragazzo che aveva i genitali esposti. La maestra ha subito capito che il disegno rimandava ad un fatto vissuto, qualcosa che gli occhi di una bimba di cinque anni non avrebbero dovuto vedere. L’insegnante si è avvicinata con cautela: “Chi è questo uomo?” E M. non ha avuto esitazioni: “È il mio educatore”».

Dopo la denuncia dei genitori e le prime indagini del magistrato altre due bambine hanno raccontato ai propri genitori «gli stessi “giochi” dell’educatore».

Con le tre denunce il magistrato ha richiesto l’applicazione di una misura cautelare per cui l’educatore è stato prima arrestato e poi gli è stata concessa la detenzione domiciliare.

Dalle indagini è emerso che l’uomo, trentacinquenne, era un ex insegnante che aveva dovuto lasciare l’incarico per episodi simili successi all’interno di una scuola.

Dopo un periodo nel settore amministrativo è riuscito ad avere nuovamente un incarico a stretto contatto con i bambini. Poiché l’uomo non era nuovo a fatti simili sarebbe stato dunque possibile prevenire il fattaccio.

A seguito delle testimonianze delle bambine, l’accusa è di violenza sessuale aggravata, perché commessa sui bambini minori di dieci anni.

In relazione a questa turpe vicenda ricordiamo nuovamente le proposte avanzate da Maria Grazia Breda e da Francesco Santanera nel volume Handicap: oltre la legge quadro, Utet Libreria, in cui, allo scopo di evitare che nei posti di lavoro concernenti l’utenza non in grado di autodifendersi, operi personale con gravi disturbi della personalità, veniva suggerito di scegliere di comune accordo fra enti e sindacati dei lavoratori, centri scientificamente riconosciuti validi, incaricati di rilasciare una dichiarazione attestante che l’operatore è adeguato, per le caratteristiche della sua personalità e per la sua professionalità, a svolgere determinate attività con i minori, nonché con i soggetti colpiti da handicap gravi.

Ovviamente dovrebbe essere garantita la totale riservatezza nei confronti di coloro che non ottengano la suddetta certificazione, riservatezza totale anche nei riguardi dell’ente pubblico e privato che li ha indirizzati, al quale nulla deve essere comunicato né direttamente né indirettamente, a esclusione di quanto scritto nella certificazione consegnata direttamente a ciascun operatore ritenuto idoneo.

 

 

LIBERIA: BAMBINE ABUSATE DA VOLONTARI

 

Da un rapporto di Save the Children (cfr. l’articolo di Paola Coppola apparso su la Repubblica del 9 maggio 2006) emerge che «ragazze e bambine dei campi profughi della Liberia finiscono nel giro dello sfruttamento sessuale. I loro aguzzini si nascondono anche tra chi dovrebbe proteggerle, tra gli operatori umanitari, i caschi blu, gli uomini delle forze dell’ordine (…). Lo scandalo era esploso in passato, ma l’organizzazione rivela che oggi la situazione non è migliore».

Malgrado qualche iniziativa per limitare lo sfruttamento sessuale, poco è cambiato dal 2002!

Save the Children «ha raccolto in 315 interviste le testimonianze di ragazzi e adulti di entrambi i sessi da cui emerge che “i genitori non hanno la capacità di impedire alle figlie di avere rapporti sessuali in cambio di regali perché non hanno mezzi economici per potersi occupare di loro”».

 

 

NIGERIA: BAMBINI CAVIE PER I TEST DELLA CASA FARMACEUTICA PFIZER

 

Riportiamo integralmente la notizia pubblicata l’8 maggio 2006 da la Repubblica.

 

I bambini nigeriani malati di meningite usati come cavie per testare un farmaco dalla Pfizer. Questa accusa pesante è contenuta in un rapporto del 2001 di una commissione di medici africani, pubblicato ieri dal Washington Post, che rivela una storia simile a quella narrata nel romanzo di John Le Carré, The Constant Gardener. Il Trovan, questo il nome del farmaco, sarebbe stato somministrato ai piccoli in un ospedale da campo a Kano: la Pfizer avrebbe condotto gli esperimenti mentre in Nigeria infuriava un’epidemia di meningite che ha ucciso oltre 15 mila persone. Cinque bambini morirono dopo aver preso il Trovan; altri si ammalarono di artrite.

I fatti risalgono nel 1996 ma il rapporto è rimasto segreto finché un informatore non lo ha consegnato al quotidiano americano.

Il dossier definisce il caso «un chiaro sfruttamento di chi non sapeva». All’epoca la Pfizer stava sviluppando il Trovan per il mercato statunitense, dove avrebbe avuto un giro d’affari stimato in oltre un miliardo di dollari l’anno.

Il colosso farmaceutico si difende sostenendo che i ricercatori andarono a Kano per motivi umanitari e che ebbero il consenso verbale dei genitori per curare i bambini.

 

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