Prospettive assistenziali, n. 95, luglio-settembre 1991

 

 

CONVEGNO DELLA CEI «A SERVIZIO DELLA VITA UMANA» (*)

 

 

La pubblicazione degli atti del convegno nazionale «A servizio della vita umana» (1), tenutosi a Roma dal 13 al 16 aprile 1989, rientra nelle iniziative promosse dalla Conferenza episco­pale italiana per la promozione di una cultura per la vita. Ci pare di cogliere in questo conve­gno il tentativo di favorire una attenzione particolare al valore della vita umana in tutte le sue dimensioni e senza alcuna preferenza o distin­zione di sesso, di età, di condizione sociale, di malattia, di razza.

Si è trattato di un momento rivolto esclusiva­mente ad ambienti cattolici, ma che ha coinvol­to oltre agli ecclesiastici anche esperti laici dei vari settari.

Il Card. Ugo Poletti, nella sua presentazione, rileva come il convegno «con i suoi 750 delegati diocesani e con le 7.000 persone presenti nell'Aula Paolo VI, alla udienza conclusiva del San­to Padre, abbia voluto riportare al centro della consapevolezza cristiana l'esigenza di risposte individuali, comunitarie e istituzionali» (p. VIII).

Negli atti sono riportati anche il documento «Evangelizzazione e cultura della vita umana» dell'Episcopato italiano e le relazioni di apertura che - va rilevato - affrontano il tema non solo dal punto strettamente ecclesiale, ma anche con un richiamo altrettanto forte al rispetto dei diritti fondamentali della persona nella comunità per la promozione della vita umana (relazione di Cesare Mirabelli).

Tre sono stati gli ambiti di approfondimento:

a) cultura e servizi per la vita che inizia;

b) cultura e servizi per la salute e per la vita nella marginalità;

c) cultura e servizi per la vita fino al suo com­piersi nel tempo.

Per esigenze di spazio ci soffermiamo solo sugli aspetti che si riferiscono alle tematiche af­frontate dalla nostra rivista.

 

Diritti del minore, affidamento e adozione

L'ambito a), che comprendeva sette gruppi di studio, ha affrontato - per quanto ci riguarda - i diritti del minore, l'affidamento familiare e la adozione, evidenziando i compiti delle istituzio­ni e l'apporto delle famiglie.

«Un corretto approccio culturale alla rifles­sione sopra la condizione minorile nella società attuale - ha esordito Pasquale Andria nella relazione introduttiva - non può non prendere le mosse dalla consapevolezza, chiara e netta, che il minore è soggetto di diritti» (p. 253).

«Sovente il bambino, il ragazzo, l'adolescen­te sono di fatto considerati piuttosto in funzione di ciò che potranno essere nell'età adulta che non di quel che sono nel presente, con i loro bisogni, le loro esigenze, la loro attuale dignità e intangibilità di persona». Al di là delle appa­renze c'è spesso la tendenza a considerare «il bambino come oggetto da manipolare, da usare, da assumere come strumento di gratificazione e di realizzazione dell'adulto (...) e a svalutare la gratuità costruttiva di autentici rapporti umani e l'oblatività esigita da ogni relazione educati­va» (p. 253).

«Sembra dunque permanere un diffuso disa­gio del minori in una società adultista, un disa­gio inteso come scarto tra i bisogni vitali e fon­damentali dei minori e la capacità di risposta a tali bisogni da parte del mondo degli adulti e delle agenzie educative (la famiglia, la scuola, i servizi, le istituzioni in genere, la stessa comu­nità cristiana nei luoghi ordinari in cui si espri­mono le sue istanze formative: parrocchie, grup­pi, associazioni, movimenti, ecc.). Di fatto, anzi, sovente si verifica che proprio le sedi, nelle qua­li istituzionalmente e naturalmente dovrebbe realizzarsi, sostenersi e propiziarsi l'educazione del soggetto in età evolutiva, divengano esse stesse occasioni e strumenti di emarginazione distruttiva. Ciò vale, in primo luogo, per la fami­glia che, peraltro, spesso non è messa nelle condizioni d1 adempiere il proprio ruolo, né è sorretta da un'adeguata rete di solidarietà so­ciale e istituzionale e, lasciata sola, finisce per scontare le proprie deprivazioni morali, cultura­li, economiche in una obiettiva inidoneità edu­cativa» (p. 254).

«Tale inadeguatezza attraversa anche la co­munità scolastica che - da sede privilegiata di integrazione sociale e di crescita educativa per i minori - si tramuta sovente in occasione di ulteriore marginalizzazione nei confronti del propri utenti più "difficili", che poi sono quelli più disagiati dal punto di vista familiare e socia­le. Il fenomeno della evasione scolastica non può considerarsi debellato, se si pensa che - oltre agli evasori "puri" - almeno il 3% del ragazzi abbandona dopo le elementari, il 4,3% dopo la prima classe media, il 4,9% dopo la seconda, senza contare che le stime ufficiali scontano sfasature e disfunzioni - particolarmente al sud - finanche nella rilevazione dei dati (...).

«Sembra in particolare di dover segnalare una diffusa difficoltà, specificamente in alcune aree del paese, di organizzare una rete adeguata di servizi sociali per i minori. Ad ormai dodici anni di distanza dalla riforma attuata con il DPR 616/ 1977, che ha devoluto !a competenza in materia al sistema delle amministrazioni locali e parti­colarmente ai comuni, di fatto non è ancora de­collata un'adeguata organizzazione dei servizi di territorio che siano realmente in grado di sor­reggere e integrare le famiglie in difficoltà e di erogare prestazioni adeguate secondo uno stile e un metodo di globalità» (p. 255).

«In questo contesto, estremamente comples­so e contraddittorio, assume un particolare signi­ficato la legge 4 maggio 1983, n. 184, contenente la disciplina dell'adozione e dell'affidamento del minori. Com'è noto, essa, oltre a disciplinare in modo profondamente innovativo la materia ado­zionale (...), introduce per la prima volta nell'or­dinamento italiano una normativa, sufficiente­mente organica e coordinata con gli altri inter­venti possibili, dell'affidamento (...). Esso appare focalizzato sulla famiglia come soggetto centra­le dell'intervento, (...) nel senso che è a un'altra famiglia, possibilmente con figli, che - in via principale - bisogna rivolgersi come risorsa per rimediare alle insufficienze o alle tempora­nee difficoltà della famiglia biologica (...). Una scelta preferenziale in favore della famiglia bio­logica (...) non significa passiva e inerte preser­vazione dei diritti della famiglia di sangue, ma concreta e operosa attivazione di misure di so­stegno (...)» (p. 256).

L'adozione non è dunque una scorciatoia e de­ve rappresentare «la soluzione estrema, che talvolta potrà esigere anche un "taglio" corag­gioso, se ciò sia necessario nell'interesse pre­minente del minore (...) da attuarsi allorquando le altre vie, volte a realizzare il diritto all'educa­zione "nell'ambito della propria famiglia" e con­cretamente sperimentate, si siano rivelate !m­praticabili» (p. 257).

«Di fatto, allo stato, registriamo un andamen­to dei provvedimenti adozionali che va nel sen­so del decentramento, ma, ciò che è più rilevan­te, le adozioni internazionali superano ormai di gran lunga quelle "nazionali": nel 1987 gli affi­damenti preadottivi di bambini stranieri sono stati 1.541 contro i 1.126 affidamenti preadottivi di minori italiani. Tutto questo porta con sé enormi problematiche, perché l'adozione inter­nazionale, (...) finisce per funzionare come una sorta di "sfogatoio"» (p. 257).

Né si può dimenticare - continua il relatore - che «negli istituti educativo-assistenziali, oggi in Italia, sono ancora ospitati 55.000 mino­ri: un numero (...) ancora terribilmente alto, so­prattutto se si aggiungono gli oltre 7.000 minori portatori di handicap, del pari istituzionalizzati». Anche se non si può certamente ritenere «che si tratti di casi che possono risolversi con l'ado­zione», ci troviamo tuttavia di fronte a situazio­ni «che potrebbero trovare un loro esito soddi­sfacente con interventi appropriati di sostegno, ivi compreso l'affidamento» (p. 257).

Dalla riflessione sui diritti dei minori emerge infine un «invito pressante alla comunità cri­stiana a una maggiore considerazione dell'acco­glienza della vita dal suo concepimento fino agli sviluppi successivi: si è cioè affermata la neces­sità dl un Impegno comune in favore di una cul­tura della vita nata, oltre che di quella nascen­te» (p. 259).

 

Persone colpite da handicap

L'ambito b) ha invece sviluppato i lavori dei cinque gruppi sulle tematiche relative all'han­dicap e alla tossicodipendenza, soffermandosi sul ruolo dei servizi socio-sanitari a sostegno della famiglia e del singolo, quale alternativa al­la prassi del ricovero in istituto o all'isolamento delle persone «marginali». Nella introduzione ai lavori l'avv. Salvatore Nocera si è soffermato volutamente sull'approccio culturale dei cattoli­ci rispetto alla vita delle persone handicappate. Qual è la cultura «della vita» che ci guida a in­teressarci degli handicappati?

Egli ha sottolineato come «l'assistenza psico­pedagogica alle famiglie in difficoltà è carente; i servizi territoriali di riabilitazione fisica e psi­chica, specie nel sud dell'Italia, non sono dotati del numero sufficiente di operatori per collabo­rare fattivamente con le famiglie. Il progetto­-obiettivo del Piano sanitario nazionale per il triennio 1989-91 prevede un incremento (...) ma in misura non adeguata. Prevede invece la crea­zione dl molte strutture residenziali e semiresi­denziali per handicappati che possono conside­rarsi una risposta di ripiego rispetto alla perma­nenza degli handicappati in famiglia. E gli istitu­ti speciali per handicappati rimangono ancor og­gi una risposta massiccia che, se sgrava le fa­miglie di un peso, ne vanifica la funzione dl edu­cazione e allevamento della prole» (p. 285).

A questo proposito viene rilevato come «le nostre comunità ecclesiali nella maggioranza non realizzano una concreta cultura dell'accoglienza nei confronti delle persone cosiddette marginali, limitandosi talora solo a parole con­solatorie» (p. 285).

Fra i credenti è ancora troppo diffusa una cul­tura religiosa che, specie in presenza della sof­ferenza, preferisce rifugiarsi nel disimpegno. Inoltre «anche tra i praticanti, però, è ancora molto diffusa l'opinione che gli istituti e le scuo­le speciali siano la migliore soluzione» (p. 286).

Al contrario si ha urgente bisogno - continua il relatore - di strutture rinnovate e di servizi adeguati alle esigenze delle persone. Soltanto un «rinnovamento culturale» può far nascere servizi di nuovo tipo per l'accoglienza, l'integra­zione scolastica, sociale e lavorativa per gli han­dicappati, «che aiuteranno la madre a non rifiu­tare il figlio handicappato, a non rinchiuderlo in un istituto, anche se speciale, a non segregarlo in casa per vergogna» (p. 289).­

«La società civile si è data numerose leggi per l'integrazione sociale degli handicappati, fi­no alla citata sentenza della Corte costituziona­le (n. 215/87) sul diritto allo studio in tutti gli ordini di scuole comuni. Manca invece una se­ria attuazione di queste disposizioni normative. Solo una rinnovata sensibilità generale può far si che tutte le leggi vengano concretamente rea­lizzate, con servizi idonei a vantaggio degli han­dicappati, delle loro famiglie e di tutta la comu­nità. I cristiani possono contribuire fattivamente a1 continuo rinnovamento delle strutture e alla attuazione dei servizi per rendere concretamen­te operante l'integrazione sociale degli handi­cappati. È questo, a mio avviso, il compito di una nuova missionarietà affidato ai laici (...) in dia­logo con i non cristiani e col mondo».

Il relatore insiste particolarmente sull'aspet­to culturale in quanto ritiene che conseguenza di una cultura che favorisce atteggiamenti pie­tistici e consolatori, o di delega e di indifferen­za; è l'assenza di servizi e strutture mirate a evitare un'insorgenza dell'handicap (preven­zione).

«È auspicabile dunque !o sviluppo di una cul­tura nuova: passaggio dall'assistenza pietistica alla solidarietà e alla condivisione. È necessaria una rete di servizi pubblici, privati e del privato sociale (cooperative, associazionismo, volonta­riato) in un rapporto inter-istituzionale e con collaborazione inter-professionale. Solo così si potrà realizzare un progetto globale di vita tra­mite la presa in carico, da parte della comunità ecclesiale e sociale, dei problemi degli handi­cappati e delle loro famiglie» (p. 290).

La relazione si conclude con un richiamo pun­tuale ai documenti del magistero dal quale si possono attingere alcune linee-forza tra cui la necessità di considerare i portatori di handicap come soggetti attivi sia nella comunità ecclesia­le sia nella società.

 

Anziani

L'ambito c), suddiviso in quattro gruppi di la­voro, ha ruotato prioritariamente sulla persona dell'anziano, con una sottolineatura nei confronti dell'anziano non autosufficiente.

Traspare da tutti i contributi l'intenzione di dare un segnale, un messaggio che stimoli, in particolare la comunità cristiana, a stare più attenta a questa dimensione della vita, perché sia garantita dignità e rispetto delle esigenze anche a chi ormai è estromesso dal circuito pro­duttivo.

Ci soffermiamo, anche in questo caso, su quanto emerso dai gruppi che hanno affrontato argomenti a noi più vicini.

I lavori del primo gruppo di studio, dal titolo «Anziani e società: problemi e prospettive sotto il profilo sociologico, ecclesiale e spirituale» sono stati introdotti da Mons. Giovanni Nervo che ha sottolineato tre aspetti essenziali del problema:

«- per convenzione universale quando par­liamo di anziani ci riferiamo a persone che han­no raggiunto i 65 anni di età;

«- si tratta di un fenomeno di enormi dimen­sioni: nel 1986 la popolazione italiana ultrases­santacinquenne era di circa 7.500.000 unità su un totale di 57.200.000; fra 11 anni, gli ultra sessantacinquenni saliranno a 9.978.000 unità, cioè il 17,4%;

«- gli anziani non autosufficienti sono un numero relativamente limitato: 285.000, pari al 3,8% degli ultrasessantacinquenni. Gli anziani in genere godono dunque di buona salute e la maggior parte di loro non ha bisogno di assisten­za, ma di altre cose che li mantengano attivi e diano senso e gioia alla loro vita: ciò che li porterà a star bene più a lungo, è la vera pre­venzione».

Ha poi analizzato le principali questioni che riguardano gli anziani, soffermandosi in partico­lare sulla considerazione che la comunità cri­stiana e la società civile dovrebbero avere nei loro riguardi.

Per quest’ultima, egli ricorda che «la Costi­tuzione non contiene il termine anziano; ma persona, cittadino. Cioè l'anziano è un cittadino a pieno titolo, che ha tutti i diritti garantiti dalla Costituzione stessa». In realtà - ha proseguito Mons. Nervo - questi diritti «salvo lodevolis­sime eccezioni, non sempre sono sufficiente­mente conosciuti, valorizzati, sostenuti dalla comunità cristiana. Gli anziani, fino a che possono servire a fare qualche lavoretto, a tenere i bambini, a far la spesa, a custodire la casa, trovano spazio, poi sono eliminati ed emarginati. In genere poi all'ultima fase, più carica di sof­ferenza e di bisogni, sono abbandonati. In una società basata sul massimo profitto per il mas­simo godimento, l'uomo vale non perché uomo, ma perché produce; il lavoro non è per l'uomo, ma l'uomo per il lavoro. Quando non produce più, viene eliminato... a meno che non abbia pro­pria autonomia economica (contadini, artigiani, liberi professionisti, commercianti). La vita vale se porta godimento materiale: possedere il mas­simo di cose (case, vestiti, macchine, denaro...) per il massimo godimento. Quando una persona disturba viene eliminata ed emarginata (euta­nasia sostenuta teoricamente, attuata già prati­camente). Rischiamo tutti di diventare schiavi di questo meccanismo infernale: massima pro­duzione per massimo profitto, massimo profitto per massimo consumo e godimento; il massimo consumo poi richiede massima produzione, e il circolo si chiude. Da questo sistema di vita i più deboli, tra cui in numero maggiore gli anziani, vengono schiacciati ed emarginati. Questa con­cezione di vita influenza la cultura e le struttu­re: non è previsto il posto per gli anziani».

Mons. Nervo pone una domanda: «La comu­nità cristiana subisce e accetta la cultura mate­rialistica dominante, limitandosi a un atteggia­mento pietistico di compassione, a un po' di as­sistenza e di volontariato, per rendere meno stridente la contraddizione con i propri princìpi sulla persona, oppure si impegna a farsi sale e lievito nella società, a dare una formazione del­le coscienze e testimonianza profetica in senso opposto, contro corrente, in modo coerente con la propria concezione della vita e dell'anziano?».

E aggiunge: «Più concretamente, come si po­ne la comunità cristiana di fronte all'anziano autosufficiente? Se gli anziani non autosuffi­cienti costituiscono un grave problema per sé e per gli altri, gli anziani autosufficienti non so­no per sé un problema, rappresentano una nor­male condizione di vita. Quando fanno sorgere un problema, il problema non è in loro, ma nella cultura e nella organizzazione sbagliata della fa­miglia e della società: una società che consi­dera le persone un valore perché producono e finché producono; che, quando non producono più, non sa più riconoscere loro uno status e un ruolo, non sa più che cosa farne, dove metterle. Cerca di coprire il suo vuoto con forme di assi­stenza: vacanze gratuite, gite, case di riposo. Il primo diritto dell'anziano autosufficiente è di non essere assistito, se non ne ha bisogno, e di avere condizioni dl vita che gli consentano di vivere come gli altri in mezzo agli altri» (p. 340). Che cosa può fare concretamente la comunità cristiana e qual è il compito per la famiglia, so­no le successive domande alle quali il relatore tenta di dare una risposta. In particolare, per ciò che riguarda la famiglia, egli rileva che natural­mente, con realismo, ci sono situazioni difficili, angosciose, che non si possono affrontare te­nendo gli anziani in casa, senza il rischio di sfa­sciare la famiglia stessa ed è quindi indispensa­bile poterle sostenere con la solidarietà della comunità cristiana.

Un'ulteriore riflessione coinvolge anche la re­sponsabilità delle strutture ecclesiali: «In que­sto discorso sono coinvolte anche le opere del­la Chiesa e delle Congregazioni religiose, come pure le iniziative del volontariato. Nell'indagine sulle opere assistenziali della Chiesa, condotta nel 1978 dalla Caritas italiana in collaborazione con l'USMI, la CISM e l'UNEBA, risultava che delle 4.038 opere il 34% era costituito da case di riposa per anziani, di cui il 67% erano cen­site per autosufficienti. È in atto un'indagine di verifica: non conosciamo ancora i risultati. Non sarebbe auspicabile che l'impegno delle religio­se e del volontariato si rivolgesse con priorità agli anziani non autosufficienti e primariamente al sostegno delle famiglie? Circa le case di ripo­so per autosufficienti non è da sottovalutare l'insidia sempre presente del privato commer­ciale; se legittimo e normale nelle attività di mercato, qualora fosse accettato ed esercitato nella Chiesa, non sarebbe esemplare» (p. 341).

Infine, secondo Mons. Nervo, «particolari re­sponsabilità ricadono sui laici cristiani che han­no per loro vocazione il compito e la responsa­bilità di organizzare e gestire le istituzioni uma­ne e quindi i servizi sociali della comunità. In ordine ai problemi degli anziani autosufficienti - dei problemi dei non autosufficienti si occu­perà un'altra commissione di studio - mi sem­bra che la loro responsabilità si possa individua­re su due aspetti del problema:

«- come pubblici amministratori creare con­dizioni ambientali (abitazioni, trasporti, servizi di mensa e di lavanderia, servizio di telefono, servizio di tempo libero, opportunità di lavoro part-time in attività di pubblica utilità) che con­sentano all'anziano di rimanere il più a lungo possibile attivo nel suo ambiente di vita. Ciò comporta anche l'organizzazione dei servizi sul territorio per non autosufficienti, per impedire che gli anziani siano costretti ,a entrare in casa di ricovero da autosufficienti per prendersi il po­sto per quando non saranno più autosufficienti; e non disperdere il denaro dell'assistenza in attività pseudo-assistenziali per autosufficienti;

«- come educatori, promuovere nella scuo­la, nei gruppi, nelle associazioni di giovani una cultura di accettazione, di accoglienza, di giusta valorizzazione degli anziani» (p. 341).

Non manca poi nella sintesi conclusiva della introduzione un richiamo ai dati più significativi sulla popolazione anziana. Viene così rilevato che, mentre in base ai dati e alle proiezioni de­mografiche degli ultrasessantacinquenni, il feno­meno della non autosufficienza sarebbe limitato, non si comprende come dall'esperienza comune risulti una «lista d'attesa» per ogni casa di rico­vero per anziani «segno che molti autosufficien­ti presentano elementi di "non autosufficienza" indotta dall'ambiente sociale e spesso anche familiare; ma segno anche di una errata forma­zione generale e di una estesa carenza di servi­zi di sostegno alla famiglia e alle persone an­ziane; e segno di una incapacità della comunità a darsi organizzazione di vita, assetti urbanisti­ci, politiche ambientali, criteri di edilizia, tra­sporti pubblici, attività di tempo libero, centri comuni ecc. adatti a essere usufruiti dalle per­sone anziane, e soprattutto, le persone per qual­che verso più deboli; come le persone anziane e soprattutto più povere. È ben noto Infatti co­me sia tra gli ultrasessantacinquenni che si con­ti la più elevata percentuale di poveri e indigenti e come la politica economica generalmente adot­tata - al di là della salvaguardia del redditi più bassi che è spesso solo nominale - sia inido­nea alla loro tutela» (p. 343).

Occorrono dunque precisi impegni e scelte prioritarie a favore degli anziani: «Nell'operati­vità si deve privilegiare la realizzazione di con­dizioni di vita e l'adozione di modelli comporta­mentali che siano consoni alle esigenze e alle possibilità delle persone anziane e non limitarsi all'assistenza, che è sì un dovere di tutti, ma che deve pur sempre obbedire al principio ge­nerale che non sia dato a titolo di carità ciò che è dovuto a titolo di giustizia. Le concrete realiz­zazioni e iniziative volte a migliorare le condi­zioni di vita delle persone anziane, debbono ri­spondere ad alcuni fondamentali princìpi conna­turati alla stessa natura umana:

«a) corresponsabilizzazione della persona, af­finché sia essa stessa autrice di scelte e attrice della propria vita;

«b) garanzia di libere scelte, che presuppon­gono sia l'esistenza di diverse opportunità sia la corretta e non strumentale informazione;

«c) permanenza della persona anziana nel proprio ambito sociale e familiare, apprestando servizi di sostegno alla famiglia (assistenza do­miciliare, integrata; équipe di professionisti che elabora e realizza un progetto personalizzato; organizzazione ambientale; ausili tecnici ecc.) e avendo presente che i primi nemici dell'uomo sono la paura di dover dipendere dagli altri, la solitudine e l'estraniazione dai normali circuiti di lavoro, sociale, culturale, di tempo libero; cioè la mancanza di amore e di espressioni con­crete di solidarietà. Significative esperienze ve­dono ospitalità o "adozioni" di anziani da parte di altre famiglie con reciproco arricchimento;

«d) predisposizione di strutture esterne che sostengano la famiglia (centri sociali, day­hospital, "case-giorno", attività organizzate ecc.) o che, laddove debbano sostituirla, siano realiz­zate secondo condizioni e articolazioni che si richiamino all'ambiente familiare. Quindi strut­ture piccole, inserite nei centri urbani, aperte alla comunità locale, autogestite, basate sul re­ciproco aiuto delle persone utenti, e non macro­strutture che, indipendentemente dall'eventuale efficienza organizzativa, estraniano l'uomo dalla vita di relazione;

«e) consapevolezza che la persona è un va­lore che coinvolge l'intera comunità e che non tollera deleghe; tutti siamo responsabili di tutti, anche se competenze, funzioni, iniziative posso­no essere diversamente articolate e regolamen­tate. E questo vale in modo significativo per i sacerdoti, i religiosi, le religiose, sia nell'ambi­to delle proprie convivenze sia nell'ambito della più ampia comunità ecclesiale, rappresentando le comunità religiose un dono dello Spirito san­to alla Chiesa» (p. 345).

Interessante e pienamente condivisibile risul­ta poi la parte finale della relazione, che pone l'accento sui rischi che si incorrono se le scelte del Governo non rispetteranno i diritti e le esi­genze delle persone anziane: «Coerentemente i piani nazionali e regionali debbono avere a ri­ferimento la persona nella sua integrità e nella allocazione delle risorse debbono privilegiare le persone più deboli: anche se il nuovo Piano sanitario nazionale rappresenta una significativa inversione di tendenza, contiene tuttavia ele­menti (riduzione posti letto, trasformazione ospedali con meno di 120 posti letto, realizza­zione di strutture per 140.000 posti letto per gli anziani ecc.) che possono stravolgere i concla­mati indirizzi generali. In questa prospettiva è urgente e necessario che vengano realizzati tempestivamente gli obiettivi Indicati nel pro­getto per gli anziani. In particolare è opportuno che l'azione degli enti locali sia aperta all'inte­grazione di esperienze esterne e valorizzi l'ope­ra del volontariato e di altre libere istituzioni assistenziali, prevedendo una regolamentazione del rapporti che sia finalizzata al servizio dell'uomo, comprenda giuste procedure di raccordo e controllo, assicuri libertà di scelta e di indirizzi nell'ambito di una organica programmazione. Ma la pianificazione deve riguardare anche le opere della Chiesa, delle diocesi, delle Congre­gazioni religiose impegnate nelle attività sociali che, in relazione alle risorse disponibili e alle mutate realtà demografiche, economiche, socia­li debbono programmare i propri interventi, tra­sformare le attuali strutture (se non corrispon­dono più a esigenze della comunità), riqualifi­care i servizi» (p. 246).

 

Anziani non autosufficienti

Per quanto riguarda gli anziani non autosuffi­cienti, le proposte operative sono le seguenti: «a) Rivedere la legislazione. Occorre, anzi­tutto, che lo Stato provveda rapidamente a ri­vedere alcune leggi, in modo da permettere una integrazione sociosanitaria a tutti i livelli, par­tendo da una reale collaborazione tra tutti i mi­nisteri interessati e comprendente anche le Re­gioni e gli enti locali. Sinora le iniziative sono risultate scollegate tra loro e mai finalizzate a un unico obiettivo. È indispensabile sostituire con una nuova legge il citato Decreto presidenziale dell'8 agosto 1985, che stabilisce per l'anziano cronico e non autosufficiente un'assistenza esclusivamente sociale, negando allo stesso di usufruire delle prestazioni sanitarie dl secondo e di terzo livello e, in ciò, contravvenendo ad uno dei primi dettati della Costituzione dello Stato italiano. Alcune proposte legislative, come quella del nuovo Piano sanitario nazionale, fina­lizzate ad annullare questa ingiustizia sociale, non riescono ad arrivare a una rapida approva­zione e vi è da temere che restino soltanto una pia intenzione. Altre norme, già divenute leggi dello Stato, non trovano ancora applicazione, come la parte della legge finanziaria 1988 rela­tiva alla costruzione di 140.000 posti residenziali per anziani non autosufficienti. A distanza di due anni dal varo di questa legge, non è stato anco­ra approntato il decreto indispensabile per dare l'avvio all'approvazione dei progetti esecutivi.

«b) Sostenere la famiglia nella cura dell'an­ziana. Dev'essere dato il massimo aiuto possi­bile alla famiglia per il suo ruolo fondamentale e insostituibile nell'assicurare all'anziano la permanenza nella propria casa, circondato dall'affetto dei propri congiunti. Il patrimonio pre­zioso dl amore e solidarietà, rappresentato dall'unione familiare, va salvaguardato con ogni mezzo. L'Italia ha una situazione dl gran lunga migliore di quella esistente In altre nazioni, do­ve ormai le famiglie tendono ad affidare intera­mente al servizi pubblici l'assistenza dei loro congiunti anziani. Occorre, perciò, rendere effi­cienti servizi come l'assistenza domiciliare, il day hospital, l'ospedalizzazione a domicilio. Dev'essere permesso al familiare che assiste l'anziano disabile di rimanere assente dal lavo­ro e, contemporaneamente, continuare a perce­pire il proprio stipendio, così come ora avviene per legge, per la madri dopo il parto. Dev'essere data la possibilità di periodi di riposo per i con­giunti che hanno in carico l'anziano non autosuf­ficiente, agevolandone il trasferimento per tem­pi limitati in istituzioni, dove i familiari possano essere sicuri che egli verrà assistito e curato in modo dignitoso.

«c) Strutture di assistenza adeguate. Tutti gli anziani non autosufficienti soli, che non posso­no più rimanere nella loro casa, hanno diritto a una sistemazione in strutture, dove il supporto sia tale da farli sentire in un ambiente il più pos­sibile simile a quello familiare e dove esistano tutti i presìdi - curativi e riabilitativi - indi­spensabili per fornire loro un efficace interven­to sanitario. Pochissime sono in Italia le resi­denze per anziani non autosufficienti che rispon­dono a questi requisiti. Dev'essere sottolineato che carenze si possono riscontrare in istituzioni gestite da Istituti religiosi. Spesso, poi, accade che l'accesso in queste sedi sia negato all'an­ziano nel momento in cui diviene non autosuffi­ciente.

«d) Spazio aperto al volontariato. Il volonta­riato è, dopo la famiglia, l'altro patrimonio pre­zioso di solidarietà da conservare e potenziare. L'opera del volontariato, però, senza l'intervento pubblico non può che limitarsi - tranne alcune eccezioni - a un'azione di stimolo nel riguardi dell'opinione pubblica. Un volontariato, invece, inserito in una rete istituzionale integrata ed ef­ficiente di servizi, riesce a dare un contributo sostanziale nell'alzare il livello qualitativo dell'assistenza. Quindi lo Stato non può e non de­ve programmare il proprio intervento pensando di devolvere una parte della responsabilità al volontariato.

«e) Organizzare correttamente il servizio sa­nitario nazionale. Avere un Servizio sanitario nazionale (SSN) con l'obbligo, in base al dettato costituzionale, di dare assistenza a tutti i citta­dini è stata una conquista di civiltà da parte del­lo Stato italiano. Ritenere di poter ovviare alle carenze attuali passando a una gestione parzial­mente o totalmente privatistica del SSN sarebbe un errore gravissimo, perché tutto ciò andrebbe prima di tutto a scapito delle categorie più emar­ginate sul piano sociale e più deboli su quello economico.

«f) Formazione degli operatori. Dev'essere prestata la massima attenzione alla formazione degli operatori - sia istituzionali sia volontari - senza la quale qualsiasi sforzo per produrre servizi efficienti è destinato a fallire. Lo spazio - ma anche la responsabilità - che si apre al­la comunità ecclesiale e, in modo particolare, alle scuole cattoliche - dalle elementari all'uni­versità - è enorme, soprattutto tenendo conto del vuoto lasciato dallo Stato (...)».

Estremamente interessanti le considerazioni sulla carità: «In un mondo così profondamente cambiato nel giro di pochi anni, la carità così come è stata sempre intesa, cioè come slancio generoso del singolo, è divenuta solo una pic­cola parte del grande spazio aperto alla "nuova solidarietà", realizzabile solo con un'organizza­zione capace di utilizzare al meglio gli enormi successi resi disponibili dal progresso tecnolo­gico. Si deve - in ultima analisi - tener sem­pre ben presente che l'unico modo per sconfig­gere i negatori della vita - i paladini dell'euta­nasia - si trova nella capacità di assistere non solo con amore ma anche con efficacia».

 

 

 

(*) Sintesi di Maria Grazia Breda.

(1) Gli atti sono stati pubblicati dall'Editrice AVE, Roma, 1990, pp. 423, L. 40.000.

 

 

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