Prospettive assistenziali, n. 80, ottobre-dicembre 1987

 

 

Editoriale

 

IL MINISTRO DELLA SANITA’ NON SMENTISCE I DIRITTI DEGLI ANZIANI CRONICI NON AUTOSUFFICIENTI

 

 

Anche quest'anno, nel periodo delle vacanze estive, alcuni giornali (forse non avendo altri ar­gomenti da trattare) si sono lanciati nella solita, ingiustificata campagna contro i figli che sempre e comunque abbandonerebbero i propri genitori.

Tuttavia, per la prima volta in Italia, occorre registrare una presa di posizione di segno op­posto.

Mario Tortello, sulla prima edizione di «Stam­pa sera» (550 mila copie) di lunedì 3 agosto '87 ha pubblicato un articolo-lettera aperta al Mini­stro della sanità che riproduciamo integralmente insieme alla risposta del Senatore Donat Cattin.

Il ministro non smentisce nessuna delle affermazioni fatte da Tortello circa la competenza del comparto sanitario (e non di quello assistenziale) per gli interventi da attuare nei confronti degli anziani cronici non autosufficienti.

L'articolo-lettera aperta di Tortello ha dato a molte persone la possibilità di manifestare le lo­ro opinioni. A parte le numerosissime telefonate giunte al giornale, soprattutto da parte di perso­ne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma della cura a domicilio, in ospedale o in istituto di congiunti cronici non autosufficienti, «Stampa sera» ha pubblicato nei giorni successivi due in­tere pagine di «lettere dei lettori» che testimo­niano uno spaccato eloquente della realtà esi­stente a questo riguardo.

 

 

LA LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA SANITA’ (1)

 

Signor Ministro,

puntuale come il sole d'agosto è esplosa, an­che quest'anno, la campagna contro i figli ed i pa­renti «ingrati» che, d'estate, parcheggerebbero i vecchi in ospedale pur di partire tranquilli per le ferie.

Come giornalista e come cittadino mi occupo da tempo del drammatico problema degli anziani malati. Non nego che possano esistere casi del genere. Ma creda che in questo campo ogni ge­neralizzazione sia veramente indebita e ingiusta.

Lo dimostrano le poche serie analisi disponi­bili. Da una ricerca pubblicata dall'Usl 9 di Roma risulta che «l'esame dei dati relativi all'anda­mento stagionale dei ricoverati mostra l'inconsi­stenza dell'aumento numerico degli anziani pre­senti in ospedale nei mesi estivi: chi ha in casa un malato non autosufficiente, con gravosi pro­blemi di assistenza continua, vive in una condi­zione di tale drammaticità da non poter essere condizionato dal problema delle vacanze estive».

E un'altra indagine pubblicata dall'Università di Modena conferma come i ricoveri siano causa­ti, nella stragrande maggioranza, dall'insorgere di malattie o dalla loro evoluzione infausta e non siano motivati dalla ricerca di un «parcheggio comodo» da parte dei parenti.

Semmai, Signor Ministro, occorre mettere fi­nalmente l'accento sul rovescio della medaglia: quei figli, familiari, parenti (decine di migliaia e le donne sono in prima fila) che non vanno in va­canza perché impegnati - ventiquattr'ore su ven­tiquattro, da mesi o da anni - a prestare le cure ai loro congiunti anziani, malati cronici e non au­tosufficienti; anziani che, in molti casi, certi os­pedali hanno dimesso a pochi giorni dal ricovero, quando invece avevano ancora bisogno di presta­zioni sanitarie non praticabili a domicilio.

Perché questo capita, spesso, Signor Ministro: se tu hai vent'anni e ti spezzi la gamba andando a sciare, l'ospedale ti cura gratuitamente finché è necessario; se tu hai settant'anni e ti rompi il femore cadendo in casa è più facile che l'ospe­dale, violando la legge, ti dimetta in fretta («tan­to sei vecchio») e che tu sia costretto a cercare da solo una non semplice e comunque onerosa soluzione (la retta per un cronicario può anche essere di 50-60 mila lire al giorno!).

Eppure, di questi figli, familiari, parenti - alle prese con un compito pesante, senza che il ser­vizio sanitario tenuto per legge a intervenire si preoccupi di dar loro qualche aiuto - non si parla mai o quasi.

Figli «ingrati»? È sufficiente un'occhiata alle statistiche Istat per scoprire che, con l'aumenta­re della durata media della vita, in tanti casi non si tratta di «baldi giovanotti» con le Hawaii nei loro sogni, ma di sessantenni (o più) alle prese con i problemi dei genitori ottantenni (o oltre), malati e non autosufficienti. Oppure, di un coniu­ge, a sua volta vecchio e magari con i suoi acciacchi.

Parliamo pure, quando è il caso, di quei fami­liari che si sottraggono ai loro obblighi morali (si badi: morali, non giuridici) nei confronti degli anziani. Ma non generalizziamo. E soprattutto non facciamone un alibi per coprire le carenze di quei servizi tenuti per legge a prestare le cure necessarie ai cittadini senza discriminazione per età, che invece troppa spesso se ne lavano le mani e scaricano contro legge, sui parenti, un compito superiore ai loro mezzi e alle loro forze.

Signor Ministro, ci sono tre bugie (per nulla «pietose») che ricorrono sempre in questi gior­ni e le cui gravi conseguenze pesano proprio sui più. deboli.

1. Si dice che gli ospedali devono curare solo i malati acuti. Non é vero. La legge 12 febbraio 1968, numero 132, tuttora in vigore, impone alle Regioni l'obbligo di programmare i posti letto negli ospedali tenendo conto dei malati «acuti, cronici, convalescenti e lungodegenti» (art. 29). Nulla è cambiato, a questo proposito, con la leg­ge di riforma sanitaria.

2. Si dice che l'ospedale non può trattenere gli anziani malati «oltre un certo limite di tempo». É falso. In base alla legge 4 agosto 1955, numero 892, l'assistenza sanitaria deve essere fornita senza limiti di durata proprio alle persone colpi­te da malattie specifiche della vecchiaia (stabili­te con decreto del ministro del Lavoro del 21-12-­1956). Con la riforma sanitaria del 1978, le pre­stazioni devono essere fornite agli anziani, come a tutti i cittadini, qualsiasi siano «le cause, la fe­nomenologia, la durata delle malattie» (art. 2).

A proposito: che fine fanno quei contributi ag­giuntivi che, in base alla citata legge del '55 (art. 5 e 6), i lavoratori dipendenti ed i datori di lavoro stanno versando proprio per ricevere cure ade­guate in caso di malattie della vecchiaia? Si trat­ta di miliardi.

Signor Ministro: non crede che escludere gli anziani malati dalle cure ospedaliere e del servi­zio sanitario, costringerli a pagare una retta di ricovero in cronicario, rappresenti non solo una violazione delle leggi vigenti, ma anche una truf­fa nei riguardi di tutti coloro che hanno versato gli oneri contributivi per essere certi d'esser cu­rati anche qualora fossero stati colpiti da malat­tie croniche?

3. Si dice che tocchi ai figli, ai familiari occu­parsi dei vecchi malati. È un abuso. I parenti non hanno alcun obbligo giuridico di curare i familiari ammalati. É il sistema sanitario che deve interve­nire. È vero, una parte del problema dei malati cronici non autosufficienti può trovare soluzione con l'intervento di familiari che siano disponibili ad accogliere in casa i pazienti in grado di essere seguiti a domicilio. Ma quale aiuto sono disposti a dare in questa situazione i servizi sanitari, per alleviare il peso di un intervento che in caso con­trario grava ventiquattr'ore su ventiquattro sui parenti stessi?

Vogliamo favorire la permanenza a domicilio di un anziano non autosufficiente? Bene. Ma la fa­miglia deve essere sorretta concretamente. O pensiamo che sia giusto che le spese per medici specialisti, infermiere, fisioterapista siano a ca­rico del malato e dei suoi familiari?

A Torino, presso l'ospedale delle Molinette, c'è una significativa esperienza al riguardo: il servi­zio di «ospedalizzazione a domicilio», diretto da un esperto di fama nazionale, il professor Fabris; perché non farla conoscere a tutte le altre Usl d'Italia, potenziarla, imitarla, perfezionarla?

Signor Ministro, può verificare queste cose con i suoi esperti e dare una risposta precisa ed autorevole a chi continua a colpevolizzare le fa­miglie dei vecchi malati, e non si accinge, invece, ad un esame di coscienza?

Alcuni autorevoli esponenti democristiani han­no chiesto al presidente del Consiglio Goria di inserire un punto fermo nel programma di gover­no: il «no» secco all'eutanasia. Ne parlerete in Parlamento, forse. Ne parlerà il Paese. Ma tenia­mo ben presente che tra un «no», un «sì» e un «ni» tanti anziani malati cronici muoiono per... «eutanasia d'abbandono» (soprattutto da parte dei servizi). E non si tratta certo (ne possiamo essere convinti) d'una «morte dolce».

Grati per una risposta, soprattutto in termini di provvedimenti concreti.

Mario Tortello

 

RISPOSTA DEL MINISTRO DELLA SANITA’

 

Signor direttore,

il Suo collaboratore Mario Tortello, nel rivol­germi una lettera aperta sul «drammatico proble­ma degli anziani malati» chiede «una risposta soprattutto in termini di provvedimenti concreti».

1. È al lavoro, al ministero della Sanità, una commissione che deve formulare uno schema per l'attuazione del programma finalizzato per gli anziani, uno dei 15 previsti dalla legge 595 del di­cembre 1985. Insieme con i programmi per gli handicappati e per i tossicodipendenti, quello per gli anziani congiunge indissolubilmente l'in­tervento sanitario con l'intervento socio-assi­stenziale. Gli ostacoli da superare per avere un indirizzo efficiente e per ottenere il finanziamen­to indispensabile sono notevoli. La Legge finan­ziaria del 1984 divarica assistenza da sanità, mentre un documento recente della facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università Cattolica in tema di geriatria afferma: «... Diventa ingiustifi­cata una distinzione tra sociale e sanitario». Quanto ai soldi, basta leggere la relazione della Ragioneria del Tesoro, in preparazione alla Legge finanziaria 1988 per capire: le economie si cer­cano in primo luogo nella Sanità. C'è lo spreco, senza dubbio, poco riducibile senza un assesta­mento della riforma del 1978 (assestamento pronto dalla fine di febbraio: l'ho esposto nelle linee generali al Consiglio sanitario nazionale, ma il 3 marzo si é aperta la crisi che, almeno per ora, si chiude oggi, 5 agosto): c'è spreco e ci vor­rà un'azione graduale per eliminarne almeno una parte cospicua; ma esiste anche - in molti setto­ri, attrezzature, personale professionalmente va­lido, prevenzione, riabilitazione, lungodegenze, capacità e mezzi per affrontare malattie acute - un fabbisogno superiore alle disponibilità. La dif­ferenza è accentuata soprattutto nei tre settori che ha già indicato: anziani, handicappati, tossi­codipendenti. A fine ottobre potrò essere preciso.

2. In periodo di crisi di governo, intanto, sono riuscito ad inserire il tema anziani non autosuffi­cienti nella nuova regolamentazione dei rapporti tra il Servizio sanitario e i medici di medicina ge­nerale. Le norme sono contenute nella convenzio­ne diventata Decreto del Presidente della Repub­blica numero 289 dell'8 giugno scorso, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 21 luglio.

Nella premessa dell'accordo é stabilito che al medico convenzionato sono, tra l'altro, affidati compiti di «assistenza domiciliare che permetta di affrontare, oltre alle malattie acute, i proble­mi sanitari di anziani, invalidi o ammalati cronici, di pazienti dimessi dagli ambienti di ricovero e di pazienti in fase terminale».

All'articolo 19 dell'accordo è previsto che i compiti del medico convenzionato comprendono: «... c) l'assistenza domiciliare nei confronti dei pa­zienti non ambulabili al fine di fornire ad essi atti medici integrati con l'assistenza specialistica e paramedica in stretto collegamento, se necessa­ria, con l'assistenza di tipo sociale».

L'articolo 26 è dedicata alla «assistenza pro­grammata ad assistiti non ambulatoriali» ed è molto particolareggiato. Per i compiti previsti viene corrisposto al medico, in via generale, un emolumento aggiuntivo denominato «quota ag­giuntiva proporzionale», ed in via particolare un ulteriore emolumento da concordarsi regional­mente con le organizzazioni sindacali mediche.

Il ministero della Sanità ed il Servizio Sanita­rio Nazionale hanno finora adottato misure insuf­ficienti, ma non risponde a verità che siano rima­sti inoperosi anche prima che decidessi di porta­re il piano sanitario nazionale dal limbo delle in­dicazioni generali a impegni specifici. Molte Re­gioni hanno disposto i loro piani sanitari che pre­vedono interventi specifici per le persone anzia­ne: di assistenza domiciliare (quello toscano è servito di riferimento per la convenzione nazio­nale con i medici di base), di protesi e di riabili­tazione. Il ministero ha riconosciuto, come isti­tuti di ricovero e cura a carattere scientifico, al­cuni centri che si dedicano esclusivamente ai problemi geriatrici.

Lascio stare il nuovo regime dei tickets sui medicinali, apprezzato dalle associazioni dei pen­sionati, anche perché esso è insidiato.

4. L'esempio del professor Fabris e del servi­zio che egli dirige di «ospedalizzazione a domi­cilio» é uno di quelli assunti dalla commissione che ho nominato con decreto: perché l'orienta­mento è quello di non combattere soltanto la ma­lattia, ma le tendenze di emarginazione e di soli­tudine che investono oggi la terza età. L'invec­chiamento progressivo della popolazione riguar­da in particolare il nostro Paese, ai limiti minimi delle nascite, ma è calato in una cultura che non ha stima dell'esperienza e della sapienza, spin­ge a uno sviluppo urbanistico e ad un efficienti­smo che schiacciano l'anziano, ed è attraversata da un allentamento fortissimo dei vincoli fami­gliari. Perciò, dov'è possibile e consentito, si cer­cherà di dare sostegno e cura con la collabora­zione della famiglia, come primo ma non unico elemento di quell'assistenza geriatrica che si vuole generalizzare, dando un ruolo preliminare alla prevenzione e alla correzione della «dipen­denza»: si passerà dalla disponibilità di residen­ze idonee fino a particolari sezioni ospedaliere come le unità valutative geriatriche.

Devo sottolineare che per l'assistenza a per­sone sopra i 65 anni, noi spendiamo oggi il 74 per cento in prestazioni ospedaliere; i tedeschi e gli olandesi il 35 per cento. Mi si chiede dove siano andate le quote di un vecchio accordo mutualisti­co a favore dei pensionati malati. Devo rispon­dere che la spesa sanitaria supera ormai di un 50 per cento abbondante tutti i contributi, com­presi quelli fiscalizzati. Non ho difficoltà ad am­mettere che in parte non si spende bene, e pro­prio per questo motivo mi propongo di «aggiu­stare» la riforma. Ma la nostra spesa sanitaria è tra le più basse d'Europa rispetto al prodotto interno lordo, e dappertutto tende irresistibil­mente a crescere, con la più forte domanda di sa­lute, la sofisticazione degli strumenti e l'invec­chiamento.

5. Quanto alle «bugie» denunciate da Mario Tortello, mi limito a poche osservazioni. Gli ospe­dali non devono dimettere malati necessitanti di cure ospedaliere. Chi ha bisogno di cure ospeda­liere non ha limiti di tempo. L'ospedale moderno è attrezzato, con costi sempre più elevati, per le malattie acute. Per questo motivo la direttiva é quella di ridurre man mano i piccoli ospedali locali, di nobilissima origine; ma che diventa im­possibile dotare di mezzi adeguati e che molte volte sono trasformati in lungodegenze o in altri presidii meno impegnativi. In moltissimi casi, però, lungodegenti e cronici sono trattenuti negli ospedali in reparti per acuti, perché mancano lun­godegenze, cronicari e centri o reparti geriatrici. È una delle gravi carenze che dobbiamo eliminare.

Quanto alla sistemazione degli anziani nelle case di riposo, tanto quelle per autosufficienti quanto: quelle cosiddette «protette», si tratta, nel­la normativa, di un fatto assistenziale, che non rientra, come ho già notato, nel campo proprio della Sanità. In quei luoghi l'assistenza sanitaria è però sostenuta dal Servizio Sanitario; la spesa alberghiera, se così si può dire, è propria dei Co­muni che chiedono una partecipazione alla spesa da parte dell'ospitato.

Di case di riposo ce n'è di ogni tipo, genere e qualità: Esiste una tradizione di solidarietà socia­le e comunale molto sviluppata. Esistono anche parecchie iniziative private: in parte ben condot­te, altre sulle quali la sorveglianza dovrebbe es­sere sempre attenta e l'intervento ispettivo e sanzionatorio severo, verso le «convenzionate» e verso le non convenzionate.

Tutta la materia è di competenza del Ministero dell'Interno. Anche se il presidente della Caritas, monsignor Nervo, ha soggiunto, in un convegno recente, che inquadrare l'assistenza nel ministe­ro dell'Interno è un residuato dello Stato crispi­no: l'assistenza come la polizia per la tranquil­lità dei benpensanti.

Il dovere giuridico di assistenza reciproca esi­ste tra i coniugi; quella sanitaria è garantita dal­la legge, oggi dalla legge 833 del 1978. Quanto all'assistenza generica, la copertura assoluta dello Stato non esiste. Tutti i trattamenti minimi sono considerati insufficienti.

Ho visto molte case di riposo; quelle per non autosufficienti raramente combattono emargina­zione e solitudine: sembrano spingere alla perdi­ta della speranza.

È anche per questi motivi, quando si vede che nulla può sostituire l'affetto, la forza del cuore e della solidarietà, che proporrò norme non più sol­tanto contrattuali e facoltative per l'assistenza sanitaria a casa, per la «spedalizzazione a domi­cilio», ma anche per un sostegno ai famigliari. Di mezzi e di persone. La «spedalizzazione a do­micilio» necessita di medici, e sono sovrabbon­danti, di infermieri specializzati non medici, e mancano.

Devo purtroppo ammettere che, pur diminuita, esiste ancora l'abitudine di mandare anziani in ospedale per fare le ferie. Il fenomeno è un po’ enfatizzato da alcuni operatori che temono per le ferie loro, alle quali hanno senza dubbio diritto; è possibile che tutti ne fruiscano se negli ospe­dali si organizzano in modo da distribuirle meglio nel tempo. Io non ho potere.

Certo, molte famiglie si sacrificano per gli an­ziani. Molte altre no. Non riconoscerlo vorrebbe dire che si vive in un mondo che non c'è, in par­ticolare nelle aree metropolitane.

Non me ne voglia per una troppo lunga eppure insufficiente risposta su un problema al centro della nostra società.

Carlo Donat Cattin

 

 

LE LETTERE DEI LETTORI

 

Queste alcune delle lettere inviate dai lettori a «Stampa Sera», in seguito all'articolo del 3 agosto 1987. Esse sono state pubblicate su «Stampa Sera» del 12 agosto e del 9 settembre 1987.

 

«Ho fatto l'infermiera per dodici anni...»

È con immenso piacere che ho letto la sua let­tera al ministro, mi sentivo offesa e mortificata e con tanta rabbia dentro, dopo tanti titoloni di denuncia apparsi sui giornali. La ringrazio signor Tortello per avere denunciato chi è il vero colpe­vole dell'abbandono degli anziani. Ho 47 anni e posso contare sulla punta delle dita di una mano gli anni nei quali ho potuto concedermi qualche giorno di ferie.

Negli ultimi 12 anni ho assistito, per ben 9 an­ni, mio suocero (tumore alla prostata poi diffu­sosi alle ossa), mia madre (ictus con paralisi) en­trambi deceduti; ed ora mia suocera (82 anni), due infarti in anni successivi, caduta della retina (agosto '86) e quest'anno frattura del femore.

Essendo tutti in possesso della pensione so­ciale (la minima) li ho tenuti tutti in casa con me, e molto spesso nei periodi più acuti della malat­tia, dopo aver speso tutte le nostre risorse per l'assistenza notturna, mi vedevo costretta a pas­sare le notti in ospedale ed al mattino (avendo un lavoro dipendente ed inoltre bisogna pur man­giare) recarmi al lavoro. Così, anche quest'anno, mia suocera cade dalle scale e si rompe il femo­re, ricovero presso il Cto dove ho trascorso nove notti al suo fianco (poiché negli ospedali italiani le donne possono assistere gli uomini e non vice­versa) ed essendo soli io e mio marito non avevo scelta, quindi al mattino mi recavo in ufficio, poi, quando mi sono sentita esausta, ho preso un'in­fermiera, 60.000 per i non festivi e 100.000 per i festivi, e così i pochi risparmi vanno via.

A soli quindici giorni dall'intervento e dopo aver messo piede a terra 3 volte viene rispedita a casa ed allora poiché la ripresa è lenta e neces­sita di fisioterapia non sapendo che fare prendo il fisioterapista a pagamento 20.000 lire per mez­z'ora.

Questo senza contare tutti gli altri problemi che si presentano, grave scompenso cardiaco e forte anemia che complica la ripresa (buon per noi che abbiamo un bravo medico che ci assiste) e così la ripresa si fa più lenta.

E le ferie? Ebbene per primo le prende mio ma­rito, e l'assisto poiché non può essere lasciata sola, e quando mio marito riprenderà il lavoro sa­rà il mio turno.

Noi non pretendiamo ringraziamenti, è una no­stra scelta quella di tenere con noi i nostri vec­chi proprio perché riteniamo che un anziano ab­bia diritto dopo una vita di sacrificio e di lavoro a tutto l'affetto e l'assistenza possibile.

Ma che cosa fa la struttura pubblica per aiuta­re le famiglie che amano i propri anziani?

Nulla, ed è proprio questo vuoto che spesso costringe i familiari a ricorrere al ricovero.

Le porgo i più vivi ringraziamenti per aver avu­to il coraggio di denunciare una situazione che va peggiorando di anno in anno.

Distinti saluti.

a.g. - Torino

 

 

«A 80 anni mi sento un peso. Ma chi ha i soldi per il ricovero?»

 

Caro direttore,

la prego con tutto il cuore di pubblicare questa mia lettera perché voglio dire un doveroso «Gra­zie» al giornalista Mario Tortello che proprio og­gi lunedì 3 agosto '87 ha inviato su Stampa Sera una lettera aperta al Ministro della Sanità, dove parla a favore degli anziani non autosufficienti ed invalidi civili, nonché dei loro familiari.

Chi scrive è una anziana di 80 anni da 9 anni invalida su una sedia a rotelle, dichiarata invali­da totale al 100 per cento. Da tre anni mia figlia e mio genero non sanno più che cosa sia la paro­la «ferie». Per assistermi non si prendono la più piccola vacanza. Ho chiesto e fatto decine di do­mande per essere ricoverata, ma le risposte so­no invariabilmente: «non c'è posto» oppure pa­gare 1.500.000-1.800.000 per essere ricoverata.

Io percepisco solo 650.000 mensili della pen­sione di riversibilità, dopo la morte di mio mari­to, e da molto attendo l'indennità di accompagna­mento; giustamente è lo Stato che dovrebbe ri­solvere il nostro caso e non i figli, che già tanto si prodigano per noi.

Voglio ancora ringraziare e se me lo permet­tete abbracciare il giornalista Mario Tortello, au­gurandomi che il Ministro della Sanità faccia qualche cosa di concreto e non obblighi noi po­veri vecchi derelitti a desiderare la morte come liberazione di tutto il male che la vita purtroppo oggi ci offre.

Sentitamente ringrazio se vorrete pubblicarmi.

lettera firmata - (Torino)

 

 

«Ecco di chi è l'ordinario abbandono»

 

«Gli anziani non sono un problema, come non lo sono i bambini, i ragazzi, i giovani, la cosiddet­ta “terza età”». Non mi pare logico considerare «problemi» quelle che una volta, magari con un po' di retorica ma in modo efficace, venivano de­finite semplicemente «stagioni dell'uomo», dal­la nascita alla scomparsa. Ovvio che ogni «sta­gione» comporti la soluzione di «problemi», se proprio vogliamo chiamarli così. In realtà sono ostacoli da superare in un particolare momento della vita.

Mi ha fatto piacere leggere la lettera firmata da Mario Tortello sulla prima pagina di Stampa Sera di lunedì 3 agosto scorso, limpida nella sua impostazione, e la risposta del ministro Donat­ Cattin, che avete pubblicato qualche giorno dopo, il 6 agosto.

Diciamo che nel complesso si è trattato di una buona diagnosi. Penso che basti lasciar parlare il pubblico: di «casi» ne saltano fuori a centinaia ad angosciare tutti. Anziani colpiti da gravi infer­mità, soli e, nella maggior parte dei casi, con pensioni irrisorie o, addirittura, senza pensione. Che cosa fare? L'impotenza della società rispec­chia l'impotenza, la non funzionalità dell'ingra­naggio statale.

Da quanto ho letto o mi è stato detto, vi sono Paesi in cui tutto va meglio. Un esempio ci viene dalle nazioni scandinave. Qualcuno afferma che in Svezia, Norvegia, Danimarca, per gli anziani si é fatto e si fa molto. Nell'Unione Sovietica mi pare che si sia raggiunto anche un buon livello. In Gran Bretagna negli ultimi venti anni gli anzia­ni sono stati tenuti nel massimo conto anche da governi che non vedevano di buon occhio i pre­supposti assistenziali della cosiddetta «medici­na sociale».

A questo punto vorrei evidenziare un fatto: da affrontare - e per quanto si possa operare d'ur­genza si sarebbe comunque in ritardo - è la «nor­malità». Evidentemente il caso «angoscioso», eccezionale, dev'essere risolto, per mantenerci nella fascia media, che ciò che manca è «l'assi­stenza ordinaria per i casi ordinari».

Mi spiego: un anziano può essere colpito in forma violenta da tumore, da paralisi, da gravi af­fezioni cardiache. Malattie che ovviamente de­vono essere curate, nel migliore dei modi e fin­ché si può. Ma per normalità mi riferisco alla vecchiaia, che sopravviene naturalmente: invecchiare non è una malattia ma un fatto naturale, ovvio.

Due persone anziane - e questo è il caso emblematico - facciamo marito e moglie, lui di 86 anni e lei di 82, che stiano abbastanza bene, magari non hanno figli e neppure nipoti, avranno quei «piccoli malesseri» connessi all'età. Se uno dei due scompare, il superstite non se la cava quasi mai da solo.

È qui che il caso diviene un problema. Allora: assistenza in casa? Una persona che gli stia vi­cino, gli faccia i lavori e gli prepari da mangiare? Ottimo, ma non tutti possono permetterselo. Al­lora, togliere (e spesso ciò comporta un trauma) la persona rimasta sola e ospitarla in un istituto dove, in teoria, non le dovrebbe mancare nulla? Una soluzione che è, nella media, onerosa, co­stosa - dunque riservata a pochi - e presenta parecchie difficoltà, anche psicologiche.

Ciò che mi sembrerebbe giusto è un'organizza­zione sociale che tenga conta di tutto ciò, che renda l'anziano consapevole di non essere un rottame inutile, che la tenga a contatto con il mondo, con i giovani, che non lo imbalsami.

Chiedo troppo? Nelle tribù del Centro Africa coloro che hanno superato i sessant'anni - età già ragguardevole, considerate le molte malattie tipiche delle zone - sono promossi automatica­mente «stregoni» in quanto rappresentano la «me­moria», il deposito di ricordi, di rimembranze del­la tribù, il glorioso passato che serve come tram­polino di lancio per proiettarsi nel futuro.

Non mi va di pensare che non siamo in grado di accettare un concetto che è antichissimo pres­so tribù africane, un'impostazione di pensiero che forse è difficile per noi schiavi della tv, del vi­deoregistratore, del frigo, dell'asciugastoviglie, dei week-end, e di tutto il resto.

Non mi va, insomma, pensare che qui nel cuo­re dell'Europa, nella grande Italia, siamo meno ci­vili che nelle tribù del Centro-Africa. La ringrazio, caro direttore, della sensibilità,

(lettera firmata)

 

 

«Una vergogna da eliminare»

 

Signor direttore,

mi permetta di esprimerle il grato apprezza­mento degli anziani, che ho l'onore di rappre­sentare, per l'articolo sulle condizioni degli an­ziani di Torino pubblicato da «Stampa Sera» del lunedì 3 agosto.

Ho subito richiamato la responsabilità dei par­lamentari e dei rappresentanti regionali, provin­ciali e comunali di Torino, segnalando la vostra denuncia e mi permetto di chiederle di voler con­tinuare nel generoso aiuto con il quale, soprattutto si potrà richiamare la responsabilità di co­loro che devono intervenire per eliminare fatti tanto ingiusti e tanto vergognosi a danno degli anziani torinesi. Cordialmente suo

On. Giuseppe Brusasca responsabile del Movimento Anziani della Dc

 

«Porti con sé in clinica la zia malata di mente »

Signor direttore,

commossa e soddisfatta dal bell'articolo «Lo Stato (non i figli) abbandona gli anziani», pub­blicata sul n. 106 di «Stampa Sera», mi accingo a esporle in breve il mio caso come specchio di altri di casa nostra.

Vivo in un paesino di 600 abitanti che fa capo all'Usl 45 di Vercelli. Appena congedata dal ser­vizio presso un ente pubblico - dopo 40 anni di pendolarismo - credevo di poter godere serena­mente della sospirata pensione. Invece, circa tre anni fa, quasi in concomitanza col pensiona­mento ha dovuto provvedere per mesi all'assi­stenza di una cugina di 2° grado, nubile e sola, tuttora vivente, colpita da arteriosclerosi e da pa­resi... (e qui sorvolo perché ci sarebbe da scri­vere una seconda Odissea!),

Contemporaneamente si ammalò una zia ma­terna. nubile, ora ottantenne, alla quale ho dovu­to e devo tuttora provvedere, essendo io l'unica nipote. L'ho sistemata a casa mia, mettendo una brandina in cucina, non disponendo io di appar­tamento fornito dei servizi basilari (e le lascio immaginare i disagi nella brutta stagione), anche perché è sempre stata mia intenzione trasferir­mi - dopo la pensione in qualche confortevole piccolo appartamento in città.

Premetto che questa zia, nullatenente, usufrui­sce di pensione mensile di L. 358.000 e che io sono sola, non sposata (i miei genitori sono morti).

Il mio calvario inizia quando il morbo della zia - nonostante le dovute cure mediche - de­genera in malattia mentale. Invano ho bussato a tante porte (case di riposo, cliniche neuropsi­chiatrice, ospedali, istituti religiosi, primi citta­dini...) per trovare soluzione a questo problema,

In risposta ho ricevuto e tuttora ricevo solo parole, a volte tutt'altro che cortesi e umane (ri­volgendomi ad una clinica per un mio ricovero di 20 giorni ed esponendo il problema della zia non autosufficiente che avrei dovuto lasciare a casa da sola, una suora di una casa di riposo mi ha risposto: «E se la porti dietro!». Cosa che ha fatto!) e sempre un generale netto rifiuto. Nes­suno vuole questa donna «scomoda» pur essendo io disponibile a integrare la retta di degenza nel limite della pensione che percepisco. Solo una suora superiora di un'opera pia - alla quale devo un sentito «grazie» - ha compreso la mia situazione e mi ha aperto le porte... sennonché la zia (grazie alla legge 180) si è rifiutata di soggior­narvi.

Ho creduto bene di esporle questo mio caso qualora lei ritenga opportuno continuare in que­sta battaglia a favore di quei famigliari che non solo non vanno in ferie ma che poco alla volta perdono anche la salute (io sto già tirando avan­ti con tranquillanti e ricostituenti!). Nel salutarla distintamente e nel ringraziarla per quanto potrà fare per «noi», mi scuso per averle rubato tempo e la prego, per qualsiasi evenienza, di omettere il mio nome. Cordialmente.

(Segue la firma)

 

«Grazie per aver difeso chi non è Ponzio Pilato»

Signor direttore,

questa sera tornando dal lavoro, ho letto la let­tera aperta al «Ministro della Sanità» pubblicata dal suo giornale.

Grazie, grazie di cuore per aver saputo affron­tare con coraggio, con verità, con sensibilità, pre­parazione e documentazione un problema così importante.

E grazie ancora per aver preso la difesa di chi come me (e sono tanti) non ha mai parcheggiato o abbandonato i suoi cari negli ospedali.

Io pur lavorando (dirigo un'azienda grafica) - ed è un lavoro, creda, che mi impegna molto - ho tenuto con me il mio caro papà paralizzato per 15 anni e un mio fratello che ammalandosi a 33 anni di un «linfogranuloma» ho curato con amore sino all'ultimo per 14 anni. Sarei pronta, se ci fossero ancora, a ricominciare daccapo.

Se vuole sorridere, perché ora posso anche sorridere, a mio fratello per 1a gravità del male, sarebbe spettata la pensione di invalidità, le pra­tiche erano avviate da ben tre anni e - dopo visite su visite - finalmente gliel'hanno conces­sa, ma sa quando? Il giorno prima che morisse.

Scriva ancora, nei paraggi di casa mia hanno fatto cinque o sei anni fa una scuola, scuola che non è mai stata aperta, solo fatta e abbandonata. Quante volte mi son chiesta vedendola: ma per­ché tanto spreco? Ma non potrebbero utilizzarla per fare una casa per anziani?

Ad una conferenza all'Unione Industriale, un giorno ho avuto il coraggio di dire al «ministro» di turno le gravi carenze dei nostri ospedali.

Sa quale è stata la risposta? Che lui ricove­ratosi al Cto è stato trattato benissimo ed allora gli ho ricordato: lo credo, «lei non è un cittadino qualunque».

Scusi se mi sono dilungata, ma quante cose vorrei e potrei dire. Mi spiace solo che nella sua lettera non abbia invitato il ministro della Sanità a visitare qualche ricovero (mi permetta la brutta e antipatica parola) per anziani: sarà per la pros­sima lettera aperta?

Mi potrà perdonare se ho rubato un po' del suo tempo? Ma mi è venuto questo scritto proprio dal cuore.

Mi è caro porgerle i miei migliori saluti.

(lettera firmata)

 

«E poi arriva la beffa fiscale»

Signor direttore,

condivido quanto esposto nella «Lettera aperta al ministro della Sanità» pubblicata da «Stampa Sera» il 3 agosto 1987. Penso però che il pro­blema degli anziani investa anche il ministro del­le Finanze e questa mia convinzione mi induce a chiederle di discutere in un'altra lettera aperta il comportamento del fisco italiano.

Le espongo soltanto il mio caso (uno dei tan­ti) per meglio spiegare il mio pensiero.

Nel 1981, mia madre di anni 83 (io a quell'epo­ca avevo sessant'anni), colpita da arteriosclerosi a un punto tale da essere giudicata incapace di attendere a se stessa e, quindi, bisognosa di assi­stenza continua, viene ricoverata in una casa di riposo privata (non trovò accoglienza altrove),

Nel 1982 spesi per tale ricovero L. 9.100.000 che iscrissi poi nella distinta degli oneri deduci­bili dalla dichiarazione dei redditi di quell'anno.

Nel 1983 spesi altre L. 10.500.000 che ovvia­mente iscrissi tra gli oneri deducibili dai redditi di quell'anno.

Risultato. Alla fine del 1986 mi è stata rimbor­sata l'Irpef 1982 relativa alle sole spese medi­che personali (mie e di mia moglie) e non quella relativa alle spese sostenute per il ricovero di mia madre e il mancato rimborso di queste ulti­me non mi è stato minimamente motivato (il contribuente che ha pagato é, quindi, alla mercè di un fisco esoso e arrogante).

Altrettanto è successo giorni fa relativamente al rimborso Irpef 1983.

Aggiungo che i miei redditi sono stati solo di lavoro dipendente sui quali ho pagato l'Irpef fino all'ultima lira.

Penso ora che quanto è successo si ripeterà negli anni futuri atteso che ho anche richiesto rimborso per analoghe spese: nel 1984 per Lire 12.000.000; nel 1985 per L. 12.400.000; nel 1986 per L. 15.200.000.

Non so se quanto le ho esposto meriti l'atten­zione dell'opinione pubblica. Certo è che lo Sta­to non solo viola le leggi che ha promulgato, non solo «truffa» coloro «che hanno versato gli oneri contributivi per essere certi di essere curati», ma anche beffeggia il contribuente che non ha evaso.

La ringrazio in anticipo dell'attenzione che vor­rà dedicare a questa mia lettera e distintamente fa saluto.

(lettera firmata)

«Anche le case di cura chiudono per ferie»

«Stampa Sera» del 17 agosto scrive che i1 pre­sidente dell'Università della Terza età Giampao­lo Cresci, riferendosi alla rivista Prospettive nel mondo, afferma che il numero degli abbonati oltre i 60 anni presso gli ospedali di alcune grandi città è salito del 30 per cento nel periodo di Ferragosto.

Questo significa che durante la bassa stagione c'è sempre una grande disponibilità di letti vuoti? Ma non basta. Si legge testualmente che: nelle case di cura rimaste aperte agli anziani raggiun­gono quasi la totalità dei ricoverati.

Abbiamo pure delle case di cura che chiudono per ferie! Forse qualcuno ritiene che gli anziani non soffrono il caldo più dei giovani. Ma allora chi è morto nei lazzaretti calabresi?

Signor presidente Cresci, prima di perseguire i figli non sarebbe bene perseguire chi scarica il barile?

Luigi Riolo, classe 1927, senza figli e senza genitori

 

Grazie da una farmacista

Signor direttore,

queste poche righe per dire un sentito grazie per la lucida e documentata «Lettera aperta al ministro della Sanità».

Le difficoltà enormi, alle volte sovrumane, in cui si dibattono le famiglie con anziani non auto­sufficienti mi sono note attraverso il mio lavoro dietro un banco di farmacia.

Spero che la sua precisa puntualizzazione di quanto disposto dalla legge in materia di assi­stenza sanitaria; che da un lato rende più certi dei loro diritti i cittadini, sia soprattutto da spro­ne all'autorità preposta alla sua doverosa appli­cazione,

Con gratitudine,

(lettera firmata - Torino)

 

«E se il medico rifiuta la visita a domicilio?»

Signor direttore,

dopo aver letto con molto interesse l'articolo di Mario Tortello apparso su «Stampa Sera» di lunedì 3 agosto, pensavo che sarebbe seguita una polemica un po' accesa, invece ho purtroppo dovuto notare che la reazione del pubblico: no­stante la gravità del problema, è stata piuttosto scarsa e che la lettera del ministro Donat-Cattin apparsa sempre su «Stampa Sera» del giovedì successivo 6 agosto non ha chiarito granché.

È vero che il ministro cita il D.L. del Presi­dente della Repubblica n. 289 dove è scritto che ai medici convenzionati «è affidato il compito dell'assistenza domiciliare di anziani, invalidi e malati cronici» (art. 19) ed ai quali medici, per questo compito, viene «attribuito un emolumen­to aggiuntivo» (art. 26), ma non ho letto di quali ammende viene colpito il medico che con dieci­mila scusa non si assume «il compito» di assi­stere detti ammalati. E poi mi pare di aver ca­pito che purtroppo, e nonostante la buona volon­tà, non sempre si può fare quello che si vorreb­be, e si potrebbe, perché bisogna sempre tenere conto delle reazioni corporativistiche di qualche gruppo sindacale o di qualche categoria che «non si può danneggiare».

Ma allora mi chiedo: quale scopo ha raggiunto la risposta data dal signor ministro all'articolo di Mario Tortello? Se fino al mese di ottobre non può essere più chiaro, allora ha scritto così tanto per dare una risposta o per gettare un po' di fumo negli occhi?

Io mi preoccupo del problema in quanto doppia­mente interessato; primo, in quanto sono entrato anch'io, per fortuna in buona salute, nella terza età e quindi «in zona rischio»; secondo, perché parente stretto di un invalido che è curato, sem­pre per fortuna, dall'assistenza dell'«ospedalizza­zione domiciliare» messa in essere dal professor Fabrís (che sia i miei familiari che io non fini­remo mai di ringraziare) e grazie alla quale ho potuto prendermi questi pochi giorni di ferie.

A proposito vorrei, tramite il Suo giornale, por­gere un sentito ringraziamento a tutta l'équipe del professor Fabris per la cortesia e la precisio­ne con cui opera, per la qualità e la quantità del materiale messo a disposizione dell’amma­lato.

Esiste però, a mio parere, un problema che non è stato neppure sfiorato e che andrebbe chiari­to: quello del familiare che deve pagare per ave­re un aiuto per alcune are a1 giorno.

Nella regione dove mi trovo per le vacanze (Trentino-Alto Adige) viene dato un assegno alla famiglia di un invalido che abbia bisogno di as­sistenza per tutte le ventiquattr'ore.

Non esistono nella Regione Piemonte delle di­sposizioni a tale proposito? Dove ed a chi rivol­gersi?

Sperando che continuiate ad interessarvi dei problemi degli anziani fino a quando la vostra voce sia sentita anche nelle sfere più alte del­ nostro sistema politico, porgo sinceri cordiali saluti.

Giuseppe Nada

 

 

 

(1) Cfr. «Stampa Sera», 3 agosto 1987, p. 1.

 

 

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