Prospettive assistenziali, n. 80, ottobre-dicembre 1987

 

 

CARTA DELLA SALUTE MENTALE (*)

 

 

Premessa

Il profondo processo di trasformazione, che la nostra realtà sociale sta attraversando non ri­guarda solo la struttura economica, ma anche le forme della convivenza sociale, dalle quali sem­bra dipendere gran parte di quel malessere gene­rale che la gente sempre più avverte, soprattut­to per quanto riguarda la salute psichica. Ciò ha favorito il riemergere di vecchie forme di disa­gio mentale ed il sorgerne di nuove: l'abbandono e l'isolamento sociale, l'aumento dei suicidi tra disoccupati, pensionati e casalinghe; la nuova marginalità sociale e produttiva che ha colpito soprattutto le donne, come dimostra la crescita del fenomeno dell'alcoolismo e di quello dell'uso di psicofarmaci. Tutto ciò tende a conferire alla questione «salute mentale» un valore politico di grande importanza strategica.

 

Definizione

La salute mentale è quella condizione psichica che permette all'individuo di rispondere al biso­gno fondamentale di conoscere e di conoscersi, di mettersi in relazione con gli altri, di costruirsi, di sperimentarsi, di svolgere le infinite dipenden­ze e i vincoli verso la realizzazione della sua piena autonomia e libertà attraverso la piena uti­lizzazione delle proprie risorse biologiche e cul­turali.

La salute mentale implica quindi la capacità di utilizzare ogni apprendimento per ricombinarlo in una situazione di novità, anche di fronte ad un evento inatteso, riuscendo a dilatare le proprie caratteristiche di adattabilità e ponendo la ri­cerca del proprio benessere e della propria feli­cità ai centro del significato stesso dell'esi­stenza.

 

Principi operativi

1. - La salute mentale è un bene che va tute­lato e soprattutto continuamente costruito ed in­ventato, ricercando contesti e condizioni sociali che meglio rispondono ai bisogni individuali. Le modalità operative dei servizi devono pertanto essere finalizzate alla produzione di questo bene ed essere capaci di affrontarlo in tutta la sua complessità.

2. - La ricerca di forme di tutela della salute mentale per tutti í cittadini, implicano l'orga­nizzazione di un sapere non più incentrato sola­mente sui modelli e sulle pratiche chimico-ripa­rative, ma su interventi finalizzati alla promozio­ne di quel bene, ponendo la prevenzione al primo posta delle priorità. La metodologia operativa per garantire l'efficacia di questi interventi non può privilegiare un unico polo interpretativo e rego­lante, ma una pluralità ordinabile di saperi, co­noscenze, pratiche operazionali.

3. - La necessità di conoscere e di sperimen­tare nuove pratiche terapeutiche e nuovi saperi deve tendere a raggiungere un più alto livello di validazione e di generalizzazione. Ciò implica la centralità della ricerca, finalizzata al raggiungi­mento di questi obiettivi.

 

Aree problematiche

I servizi

Il servizio psichiatrico territoriale è la forma organizzativa, capace di garantire una credibile alternativa all'ospedale psichiatrico; esso va in­teso come Dipartimento di salute mentale (DSM), cioè come un sistema unificato di relazioni, me­todologie e funzioni operative.

Le pratiche terapeutiche, la ricerca e la for­mazione sono aspetti inscindibili perché il di­partimento possa assumere in pieno i compiti propri di questa fase di transizione della psichia­tria, dalle sue pratiche asilari alla tutela della salute mentale.

Il DSM si configura, a livello territoriale, come il punto nodale di incontro e di diramazione dell'intera rete di risposte organizzate, sviluppate attraverso la partecipazione degli altri servizi sa­nitari (dall'ospedale psichiatrico alla medicina di base) e di quelli sociali (da quelli comunali a quelli della USL).

Questa articolazione richiede che anche i ser­vizi sanitari modifichino profondamente il loro sapere, la loro organizzazione e le loro pratiche passando da una concezione separata e totaliz­zante della «cura», ad una modalità integrata e riunificante dell'intervento terapeutico e riabilita­tivo. I DSM non possono quindi essere ridotti a semplici erogatori di sussistenza, ma devono es­sere rivalutati come nuovi spazi per la ricompo­sizione dell'identità sociale, dell'autonomia e del­la contrattualità delle persone sofferenti. Tutto questo non può non avvenire se non attraverso una radicale riforma dell'assistenza, ormai non più rinviabile.

Per poter svolgere questi compiti il DSM deve essere costruito attraverso strutture molteplici e diversificate in quanto richiede competenze e ruoli di differenti professionalità. Il lavoro di équipe impone infatti una specializzazione sem­pre più ricca del singolo operatore ed un'integra­zione sempre più stretta con altri saperi. Il com­plesso bagaglio culturale e disciplinare, che un operatore deve avere, richiede l'avvio e la cre­scita di un nuovo asse formativo, a cui sono chia­mati a concorrere l'università. le scuole di forma­zione pubbliche e private, che devono essere ca­paci di aprirsi ad un nuovo rapporto e confronto con le pratiche dei servizi territoriali.

La formazione del personale che deve operare in questi servizi richiede modelli didattici non ri­duttivi, ma critici e non strettamente monodi­sciplinari.

Il DSM in quanto sistema di relazioni socio­sanitarie propone, come nuovo parametro di or­ganizzazione del lavoro, la relazione fra strutture, operatori, territorio; a partire da questa é ne­cessario riformulare i nuovi elementi organizzati­vi (spazi, tempi, organici, metodologie. forme ge­stionali, ecc.).

 

La ricerca

Le attuali connessioni tra ricerca scientifica e problemi sociali, movimenti di trasformazione, capacità di governo sono risultate fino ad ora del tutto inadeguate. La ricerca sociale non può solo lamentarsi del ruolo marginale che politica e am­ministrazione le hanno assegnato: essa stessa si tiene sovente separata dai problemi e dalle spe­ranze della gente, così come dalle trasformazioni e contraddizioni che investano la società. Spesso le sue suddivisioni, i suoi schematismi, i suoi metodi non sembrano in grado di fornire risposte adeguate al «che fare», Così come non sembra capace di esercitare quel ruolo di difesa etica nei confronti dell'esasperato «tecnologismo» del­la scienza.

Eppure enormi sono le potenzialità di liberazio­ne e di sviluppo che un diverso governo della scienza e della tecnologia potrebbero offrire all'uomo, così come grande è la domanda di cono­scenza che nasce dai problemi sociali, psicolo­gici e sanitari.

La ricerca non può quindi essere vista come un semplice strumento opzionale o di documenta­zione. Ad essa si richiedono oggi modelli inter­pretativi complessi, ipotesi esplicative multifat­toriali, possibilità strategiche capaci di percor­rere rinnovate creatività

Come abbiamo potuto constatare in molti pae­si occidentali, una delle modalità più frequente­mente usate per attuare l'attacco allo stato so­ciale è stato il taglio dei finanziamenti alla ri­cerca psico-sociale. In Italia, dove le politiche assistenziali e quelle di ricerca sono recenti e fragili, la trasformazione e lo sviluppo dello sta­to sociale sono ancor più legate al progresso della ricerca scientifica finalizzata alla promo­zione e valutazione delle politiche sociali e sani­tarie, cioè alla promozione stessa della salute.

La necessità e l'esigenza di promozione e di direzione della ricerca deve poter passare so­prattutto attraverso una committenza pubblica, come l'unica depositaria degli interessi collet­tivi; inoltre è necessario che la ricerca sulle po­litiche sociali e sanitarie sia una ricerca finaliz­zata, organizzata per progetti.

I servizi non possono essere quindi un puro «oggetto» di ricerca, dove calare schemi e pro­blemi prestabiliti altrove. È necessario altresì valorizzare il loro ruolo e quello dei loro opera­tori, ma anche e soprattutto quello degli utenti. oli effetti dell'inglobazione di questo punto di vi­sta nella strategia stessa del servizio potranno essere estremamente utili anche in rapporto alle attività di valutazione degli esiti delle pratiche assistenziali e riabilitative; ciò potrà accadere solo se i problemi «sporchi» e quelli nuovi che i servizi oggi incontrano nella loro pratica quoti­diana saranno compresi in un approccio più glo­bale. Non solo la psichiatria, ma le scienze dell'uomo tutte, richiedono oramai approcci integra­ti, modelli interpretativi complessi, teorie non più monolineari e quindi metodologie di ricerca e d'intervento conseguenti ed adeguate. La ri­cerca nei servizi deve fornire supporto di docu­mentazione, di programmazione e valutazione (auspicabile è una rete nazionale di osservatori epidemiologici), ma non deve limitarsi a questo, ma cimentarsi con tutti i fattori ed i meccanismi (biologici, psicologici, sociali) che comprometto­no la salute mentale dei cittadini.

 

I punti per una nuova vertenza politica sulla salute mentale

1. - Approvazione e finanziamento di un pro­getto obiettivo che preveda la razionalizzazione ed il riequilibrio delle risorse di servizi e perso­nale in tutte le USL attraverso l'attivazione di un Dipartimento per la Salute Mentale (DSM) fun­zionante 24 ore su 24 per tutti i giorni dell'anno.

2 - Approvazione di piani regionali triennali per la completa e definitiva riconversione degli ospe­dali psichiatrici pubblici e privati e della loro uti­lizzazione ad uso non psichiatrico.

3 - Fine della discriminazione nei confronti di figure professionali non mediche sia riguardo al ruolo, che alla responsabilità professionale e di­partimentale.

4. - Introduzione, nel nuovo contratto di lavoro per tutte le figure professionali a tempo pieno, di più ampie e precise garanzie per il diritto all'aggiornamento e al diritto/dovere di esercitare attività di ricerca all'interno dei compiti e dell'orario retribuito.

5. - Richiesta che venga conferita una maggior importanza (in termini di punteggio assegnato) ai titoli scientifici del curriculum in sede di con­corso pubblico del SSN, conseguiti attraverso la ricerca e la sperimentazione effettuate nel ser­vizio.

6. - Richiesta che una parte dei fondi, sia del CNR che di quelli regionali per la ricerca scien­tifica, siano vincolati alla ricerca finalizzata nei servizi psichiatrici.

7. - Formazione di commissioni paritetiche di tecnici e rappresentanze dell'utenza (e non solo dei loro familiari), in stretto contatto con l'am­ministrazione locale e con la magistratura, con un ruolo non consultivo ma di controllo e veri­fica diretta sulla qualità ed efficacia dell'assisten­za erogata dai servizi pubblici e privati.

 

 

(*) Approvata al termine del Convegno nazionale del PCI «Dalla psichiatria alla salute mentale», svoltosi a Roma dal 3 al 5 aprile 1987.

 

 

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