Prospettive assistenziali, n. 29, gennaio-marzo
1975
EDITORIALE
PROGRAMMAZIONE
DELL'UNITÀ LOCALE DEI SERVIZI E DEGLI INTERVENTI ALTERNATIVI
L'approvazione
da parte della Regione Umbria della legge «Organizzazione dei servizi sanitari
e socio-assistenziali della regione» (che pubblichiamo in questo numero)
sposta il discorso dell'unità locale dall'elaborazione teorica all'attuazione
concreta e nello stesso tempo rilancia i problemi dei rapporti fra i servizi
sanitari e sociali e gli altri servizi, della coincidenza territoriale
dell'unità locale con il distretto scolastico, dei contenuti e
dell'organizzazione dei servizi dell'unità locale, dell'unità
locale onnicomprensiva
(1) e della rifondazione (in prospettiva)
dei Comuni.
Come
abbiamo più volte scritto sono proprio questi gli
aspetti di fondo che possono dare precise indicazioni sul tipo di unità locale
che si intende costituire: se si tratta cioè di una iniziativa che si pone
nella linea del dividi e comanda oppure nella direzione dell'unisci e partecipa
(V. l'editoriale del n. 27 di Prospettive assistenziali).
Programmazione
tecnocratica
A
questo riguardo è di fondamentale importanza la metodologia che viene scelta dai Comuni singoli o associati per l'attuazione
dell'unità locale e per l'organizzazione dei servizi.
Fino
ad oggi tutte le iniziative in materia sono state assunte con metodo
tecnocratico ed autoritario, cioè imposto dall'alto
sia pur con forme diverse. In sostanza, in tutti i casi che conosciamo, il
Comune e i Comuni, dopo aver deciso di istituire l'unità locale, hanno
costituito una commissione composta da amministratori
e da tecnici.
Tutte
queste commissioni sono partite dal presupposto (o meglio dire dalla pretesa)
di essere in grado di:
-
conoscere le esigenze delle persone, famiglie e gruppi del territorio;
-
indicare le giuste risposte;
-
stabilire le priorità necessarie.
In questo modo amministratori
e tecnici non fanno altro che dare, in base al proprio bagaglio di conoscenze,
la loro interpretazione dei bisogni, proponendo poi le loro soluzioni e poiché
molto spesso avviene che i tecnici siano sempre gli stessi, provenienti a volte
da regioni anche molto lontane, è chiaro che essi riescano a far avallare dai
politici le loro idee.
Ciò
spiega anche perché comuni di orientamento politico
molto diverso adottino soluzioni fondamentalmente eguali per quanto concerne
sia i contenuti dei servizi, sia la loro organizzazione.
Nella
migliore delle ipotesi i servizi vengono programmati e
istituiti dopo una consultazione con le forze sindacali e sociali del
territorio, indetta in modo più o meno affrettato da una commissione
tecnico-politica.
Le
conclusioni sono comunicate ai suddetti organismi, i quali non avendo preso
parte attiva alla elaborazione, non avendo a
disposizione documentazione e spesso non avendo esperienze in materia, non
fanno altro che dare il proprio consenso alle decisioni prese dall'alto;
infatti in caso di proposte diverse presentate da qualche gruppo, questo viene
subito sommerso da una sequela di controdeduzioni che
i tecnici con la loro conoscenza dei problemi sono sempre in grado di portare,
e zittito per aver «osato» controproporre.
Questo
metodo è assolutamente inaccettabile in quanto non favorisce certamente la
crescita delle persone e dei gruppi, ma continua a mantenerli in una posizione
subordinata.
Partecipazione
Sia
pur con differenze anche notevoli da zona a zona; c'è nel nostro paese una
discreta partecipazione di base da parte sia di gruppi sindacali come consigli
di fabbrica e di zona, sia di forze sociali (comitati di quartiere,
associazioni, gruppi spontanei). La crescente partecipazione da tempo preoccupa
sia le forze conservatrici che continuano a spingere
per la regolamentazione dei sindacati, sia alcune forze progressiste che hanno
tentato e tentano (purtroppo spesso riuscendovi) di canalizzare le spinte di
base nell'area del potere (cogestione).
Il
problema di fondo della partecipazione è trattato in
questo numero in un articolo di Claudio Ciancio, perciò a noi basta qui far
rilevare il fatto, noto a tutti coloro che operano con i gruppi di base, che il
livello di partecipazione è tale da aver messo più volte in difficoltà le
forze di potere.
È
pertanto del tutto gratuita e spesso interessata
l'affermazione che la partecipazione non esiste o che è troppo scarsa; alti e
bassi sono dovuti soprattutto, come abbiamo prima accennato; all'azione delle
forze politiche contrarie alla partecipazione.
Programmazione
partecipata
In
contrapposizione quindi ad una programmazione tecnocratica dei servizi si può
ipotizzare una programmazione più o meno partecipata a
seconda delle condizioni esistenti.
Mentre
i tecnocrati partono dal presupposto di essere in grado di individuare i
bisogni reali della popolazione, di saper indicare le giuste risposte e
stabilire le priorità necessarie, noi riteniamo che solo i cittadini; cioè i diretti interessati, siano in grado di poter
esprimere le loro esigenze e che essi debbano riappropriarsi del loro diritto
di gestirle.
I
cittadini sono oggi raggruppati in molti gruppi sia di fabbrica che del territorio e poiché gli utenti dell'unità locale
sono non solo i residenti, ma anche i lavoratori (per i problemi riguardanti
appunto l'attività lavorativa); sono proprio i gruppi del territorio e di
fabbrica che devono costituire il punto di riferimento.
Proponiamo
pertanto come metodo per una programmazione partecipata che il Comune o i
Comuni, che vogliono istituire l'unità locale direttamente o preferibilmente,
per evidenti motivi organizzativi, tramite un'apposita
commissione tecnico-politica rilevino preliminarmente tutti i gruppi esistenti
nel territorio di qualsiasi natura essi siano (cioè che operino o meno nel
campo dei servizi sanitari e sociali) e che si collocano nell'arco costituzionale:
sezioni di partito, consigli di fabbrica e di zona, sezioni sindacali,
associazioni, gruppi spontanei.
Compiuto
il rilevamento il Comune o la commissione dovrebbero
stabilire un rapporto dialettico con i gruppi:
-
informandoli degli scopi del lavoro da compiere;
- divulgando tutte le informazioni trasmesse dai gruppi
stessi e mettendo a disposizione quelle richieste.
Questo
metodo è fondato sullo scambio nei due sensi, a differenza di quello
tecnocratico che è a direzione unica (dal vertice alla base e solo nella fase
di consultazione).
Questa
prima fase dello scambio delle informazioni costituisce a nostro avviso il
presupposto indispensabile per un passaggio successivo: quello del dibattito
sul merito della programmazione.
Il
rapporto dialettico fra la Commissione ed i gruppi che intendono partecipare
(tutti i gruppi e non solo alcuni di essi) è
indispensabile non solo allo scopo di avere un confronto il più paritetico
possibile, ma anche per eliminare o almeno ridurre le spinte corporative
eventualmente esistenti. In sostanza questo metodo di lavoro riconosce i gruppi
di base come i portatori delle esigenze della popolazione e li coinvolge direttamente nella ricerca delle soluzioni e dà
alla commissione tecnico-politica un suo ruolo organizzativo, che la pone alla
pari con i gruppi.
Alcuni principi
fondamentali
Nella programmazione degli interventi alternativi, a
nostro avviso, devono essere tenuti presenti alcuni principi fondamentali.
Oltre
a quelli che abbiamo indicato nell'editoriale del n.
27, ci sembra di primaria importanza che i nuovi servizi sorgano in
sostituzione di quelli vecchi.
Infatti molto spesso i nuovi
servizi sorgono per affiancarsi a quelli vecchi. Ciò per i più svariati motivi:
-
perché utilizzati come «fiore all'occhiello» e cioè
come alibi alla conservazione dell'esistente;
- a volte addirittura per avere la a prova A che essi
non funzionano. In questi casi i nuovi servizi vengono fatti «scoppiare», come è successo per le comunità
alloggio alle quali erano stati affidati solo minori con gravi disadattamenti;
-
per dare un contentino alle richieste di base.
Ma c'è un aspetto ancora più grave:
quello dei nuovi servizi che si affiancano a quelli esistenti e che consiste
nella contrapposizione che si viene a creare fra il personale dei nuovi e dei
vecchi servizi.
Ad
esempio la creazione del servizio di assistenza
domiciliare sanitaria e sociale porta rapidamente alla riduzione del numero dei
ricoverati in case di riposo; ne può derivare un'opposizione del personale
degli istituti di ricovero che teme giustamente la perdita del posto di
lavoro.
I
nuovi servizi devono invece essere sostitutivi, sia pur con la necessaria
gradualità, di quelli vecchi. Di qui l'esigenza che nei nuovi servizi sia
utilizzato il personale operante nelle strutture che si intende
sostituire (2).
Di
qui anche l'esigenza di privilegiare l'aggiornamento,
la riqualificazione e, se necessario, la riconversione degli operatori
sanitari e sociali che lavora nei vecchi servizi (3).
(1) Vedasi la bozza di
statuto per consorzi intercomunali in Prospettive assistenziali, n. 26, pp. 17
e segg.
(2) Si veda al riguardo
l'accordo Sindacati-Provincia di Torino sull'assistenza psichiatrica in Prospettive assistenziali n. 23, pag. 11
e segg.
L'accordo è anche
molto importante per l'organizzazione del lavoro prevista: lavoro
di gruppo, collegialità delle decisioni, massima possibile intercambiabilità
dei ruoli, resoconti assembleari alla popolazione, ecc.
(3) Sul problema
pubblicheremo nel prossimo numero le conclusioni del seminario tenutosi a Saint
Pierre (Aosta) il 9, 10 e 11 dicembre 1974.
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