Prospettive assistenziali, n. 11-12, luglio-dicembre 1970

 

 

DOCUMENTI

 

REGIONI, COMUNI, PROVINCE: PARTECIPAZIONE E SERVIZI SOCIO-ASSISTENZIALI E SANITARI (1)

 

 

IMPORTANZA POLITICA DELL'ASSISTENZA SOCIALE

L'attuale situazione dell'assistenza sociale è la prova viva e inconfutabile che questa so­cietà non è costruita a misura dell'uomo.

Centinaia di migliaia di persone sono emar­ginate.

Di qui l'importanza politica del settore assi­stenziale, preminente rispetto a tutti gli altri.

 

DEFINIZIONE OPERATIVA DEI SERVIZI SOCIALI

«Insieme di programmi, istituzioni, attrez­zature sociali, prestazioni, resi disponibili nel tempo per tutti i cittadini, con criteri diversi da quelli connessi alla logica del profitto, di­retti a consentire un crescente standard di vita in rapporto ai bisogni di salute, di svi­luppo culturale, di educazione, di assistenza».

 

da Baldo de' Rossi, Assetto dei servizi sociali per lo standard, Convegno su «Lo standard sociale garantito», Roma 16-17-18 aprile 1970.

 

 

 

1. ALCUNI DATI

 

- La Presidenza del Consiglio dei Ministri e tutti i Ministeri hanno attri­buzioni in materia di assistenza sociale.

Il Ministero che raggruppa le più importanti competenze è quello dell'interno, il cui concetto di assistenza è il seguente: «L'assistenza pubblica ai bisognosi (...) racchiude in sé un rilevante interesse gene­rale, in quanto i servizi e le attività assistenziali concorrono a difendere il tessuto sociale da elementi passivi e parassitari...» (dalla relazione del bilancio di previsione dello Stato del 1969, non del 1869).

- Gli enti, organi ed uffici di assistenza sono in Italia oltre 40.000, come precisa la legge 27 luglio 1967 n. 685.

- La somma spesa annualmente nel settore assistenziale si aggira sui 700 miliardi di lire.

- I fanciulli nati fuori del matrimonio dovrebbero essere assistiti dalle Province, i legittimi dall'ONMI; gli enti pubblici nazionali per gli orfani sono oltre 25 (enti nazionali per gli orfani dei lavoratori, dei sanitari, dei maestri, delle guardie carcerarie, dei carabinieri, dei vigili del fuoco delle zone di confine, ecc. ecc.).

- Non è ancora riconosciuto il diritto alle prestazioni di assistenza sociale, per cui gli enti proposti agiscono con le più ampie discrezionalità, il che favorisce inoltre il clientelismo, gli abusi, ecc.

- Secondo i dati dell'Istituto Centrale di Statistica:

a) erano ricoverati in istituti assistenziali al 31-12-1966:

96.084 orfani;

237.233 minori poveri o abbandonati;

116.269 vecchi indigenti;

20.432 handicappati psichici;

5.509 handicappati fisici;

10.648 handicappati sensoriali;

25.281 altri ricoverati;

b) sono stati assistiti nel 1966:

1.939.000 persone dagli Enti Comunali di Assistenza;

1.843.653 minori dai patronati scolastici;

155.276 malati di mente dalle Province;

42.242 handicappati psichici dalle Province;

149.455 nati fuori del matrimonio dalle Province;

173.557 donne dall'ONMI (assistenza igienico-sanitaria);

771.285 minori dall'ONMI (assistenza igienico-sanitaria);

30.307 donne dall'ONMI (assistenza sociale);

424.253 minori dall'ONMI (assistenza sociale);

1.475.200 assistiti dall'AAI (asili, refettori e istituti di ricovero).

Non è indicato il numero degli assistiti dagli altri innumerevoli enti pubblici in quanto l'ISTAT non ne fornisce i dati;

c) le presenze nei dormitori pubblici (minori e adulti) nel 1966 sono state 2.968.711;

d) occorre tener presente che è in considerevole aumento il numero degli anziani e sempre più numerosi sono coloro che hanno neces­sità di interventi di assistenza sociale;

e) le pensioni sociali assistenziali sono vergognosamente basse (12.000 al mese agli ultrasessantacinquenni privi di risorse economiche, stessa cifra agli invalidi impossibilitati a svolgere attività lavorative);

f) per centinaia di migliaia di persone non è previsto alcun intervento, ad esempio per gli handicappati psichici.

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Per quanto concerne la scuola, è da segnalare che secondo i dati ISTAT, nel 1966 erano in ritardo di uno o più anni:

- nella 1ª elementare il 16,5% del totale degli alunni

- nella 2ª elementare il 23,6% del totale degli alunni

- nella 3ª elementare il 29,9% del totale degli alunni

- nella 4ª elementare il 33,7% del totale degli alunni

- nella 5ª elementare il 35,6% del totale degli alunni.

Queste cifre dimostrano, se ve ne fosse ancora bisogno, le gravissime carenze della scuola italiana.

 

 

2. IMPOSTAZIONE DI FONDO IN MATERIA DI SERVIZI SOCIO-SANITARI E ASSISTENZIALI

 

2.1 Impostazioni opposte

Due sono essenzialmente le impostazioni nei riguardi dei problemi degli handicappati psichici, fisici, sensoriali (focomelici, spastici, ciechi, opposte ambliopici, sordi, sordastri, invalidi, deboli dell'intelligenza, ecc.), dei disa­dattati (malati mentali, disadattati sociali, ecc.) e, in generale delle per­sone( minori e adulte) con qualche difficoltà (orfani, minori in situazione di abbandono, figli di famiglie prive di risorse economiche, anziani, ecc.).

 

2.2. Prima impostazione

La prima impostazione è diretta esclusivamente al recupero, al rein­serimento o alla rieducazione dei soggetti.

Questa impostazione dà per scontata una precedente esclusione o una emarginazione, poiché evidentemente non si può reinserire chi è inserito.

Da questa impostazione deriva inoltre, fra l'altro:

- la classificazione dei soggetti in «recuperabili» e in «irrecuperabili» fra «scolarizzabili» e «non scolarizzabili» (2);

- la visione esclusivamente o prevalentemente tecnica del problema, in quanto occorre «recuperare» o «riabilitare» il soggetto;

- la separazione delle categorie (ciechi, sordomuti, invalidi, spastici, orfani, nati fuori dei matrimonio, ecc.) in quanto la maggior parte degli interventi differirebbe da un tipo di handicap all'altro;

- l'atteggiamento individualistico-repressivo nei confronti delle persone i cui comportamenti non corrispondono ai modelli dominanti e la repres­sione di detti comportamenti mediante la segregazione o altre misure coercitive (sistema attualmente in vigore per la rieducazione dei mino­renni, ospedali psichiatrici, ecc.);

- la prevalenza di istituzioni a carattere di internato ubicate spesso in località isolate e l'utilizzazione di edifici anche plurisecolari.

Conseguenza di questa impostazione è l'attuale situazione. Al mas­simo, non modificando l'impostazione di fondo, si possono avere dei miglio­ramenti funzionali dei servizi.

 

2.3. Seconda impostazione

L'altra impostazione, che questa Unione condivide, reclama la neces­sità che ogni persona non venga a trovarsi nelle condizioni negative che impediscono o condizionano la sua maturazione personale e la sua attiva partecipazione alla vita politica e sociale (art. 3 della Costituzione).

Si tratta dunque di attuare tutti i necessari interventi diretti ad evitare l'emarginazione.

Si parte cioè dal principio che tutte le persone sono membri della società, indipendentemente dal fatto che siano o non siano handicappati a disadattati o con altre difficoltà, e indipendentemente altresì dalla gra­vità del caso.

Una particolare attenzione deve essere rivolta ai soggetti in età evo­lutiva. Conseguenza di questa impostazione è la creazione delle unità locali dei servizi (3).

 

2.4. Visione globale della persona handicappata o disadattata o con qualche difficoltà

Un grave errore che si riscontra è la mancata visione della globalità della persona handicappata o disadattata o con qualche difficoltà. Infatti il più delle volte gli interventi vengono incentrati solo sull'handicap senza tener conto dell'insieme delle componenti personali, familiari e sociali che consentono lo sviluppo della persona umana ed evitano la sua emar­ginazione e che in definitiva contribuiscono in larga misura a risolvere o a compensare l'handicap, il disadattamento o le difficoltà.

Sotto questo profilo, tutte le soluzioni che pure si sforzano di rime­diare agli handicaps senza tener conto di tutti i fattori personali (specie affettivi), familiari, di integrazione nel contesto sociale sono superate.

 

2.5. Minimo di isolamento e massimo di socializzazione

Il principio al quale ci si deve sempre ispirare nell'adozione delle soluzioni medico-psico-socio-pedagogiche e di altra natura è quello del MINIMO DI ISOLAMENTO E MASSIMO DI SOCIALIZZAZIONE.

La separazione dall'ambiente familiare e sociale viene spesso giusti­ficata dalla necessità di interventi specializzati. Ma proprio la visione globale della personalità deve indurre a compiere ogni sforzo per conci­liare le esigenze della specializzazione e della socializzazione.

Gli handicappati ed i disadattati (minori e adulti) non devono essere sottratti alle cure e all'azione stimolante della famiglia, quand'essa è idonea o quando un'azione di sostegno o di aiuto può renderla tale.

 

2.6. Distribuzione equilibrata degli handicappati

Il numero degli handicappati è distribuito all'incirca in modo uniforme nella popolazione.

Esiste dunque un equilibrio fra il numero degli handicappati ed il resto della popolazione.

Come confermano anche esperienze straniere, la comunità, se ido­neamente informata, non solo accetta ed integra gli handicappati nella loro proporzione naturale, ma anche ne ricava una maturazione morale e sociale.

Occorre dunque non alterare questa distribuzione equilibrata.

L'insieme delle istituzioni, nel numero e nelle categorie dei soggetti da accogliere e nella dislocazione territoriale, deve attenersi a questo essenziale principio.

 

2.7 Abolizione delle categorie e della legislazione settoriale

Altro problema di fondo è la necessità dell'abolizione della legislazione settoriale e dei relativi enti pubblici di categoria (per orfani, per nati fuori del matrimonio, per legittimi, per ciechi, per sordomuti, per spastici, per invalidi, ecc.).

Per quanto riguarda invece le Associazioni di categoria sarebbe utile che esse consentissero l'adesione a tutte le persone interessate (handi­cappate e non handicappate) con parità di diritti e di doveri. Il problema degli handicappati è infatti sociale e riguarda tutta la comunità.

Le prestazioni per le persone handicappate o disadattate o con qualche difficoltà, ivi comprese quelle specialistiche, dovrebbero essere fornite nell'ambito dei servizi per tutti i cittadini.

 

 

3. INTERVENTI PREVENTIVI

 

3.1. Prevenzione

L'emarginazione si evita o almeno si limita con due tipi di interventi che si possono definire: prevenzione primaria e secondaria.

L'azione per ottenere la prevenzione primaria (che richiede tempi lunghi) deve essere condotta contemporaneamente a quella secondaria  (che richiede tempi medi e brevi) al fine di incidere sulle cause socio-­ambientali disadattanti e nello stesso tempo non lasciare senza risposta i bisogni immediati.

 

3.2. Prevenzione primaria (tempi lunghi)

Pertanto, per questa Unione è fondamentale la richiesta di misure preventive per la rimozione delle cause socio-ambientali emarginanti soprattutto nei seguenti settori: scuola, lavoro, urbanistica, servizi so­ciali, ecc.

Tutto ciò postula una politica sociale che rispetti le esigenze di tutti i cittadini e non solo di alcuni. Lo sviluppo economico dovrà essere al servizio di quello sociale, e si dovranno riconoscere inoltre interventi prio­ritari e più consistenti ai cittadini con minori possibilità personali o familiari.

Parallelamente è necessario che sia fortemente potenziata o attuata la ricerca scientifica (si pensi ad esempio alla avvenuta eliminazione della poliomielite con la scoperta dei vaccini Salk e Sabin) per limitare al mas­simo I insorgere di handicaps (ad esempio, distrofia muscolare).

 

3.3. Prevenzione secondaria (tempi medi e brevi)

L'altra forma di prevenzione da attuare è quella di evitare, in tutta la misura del possibile, permanendo le attuali strutture (da modificare come sopra indicato) , l'emarginazione e ancor più segregazione. Ad esempio:

- drastica riduzione del ricovero in istituti a carattere di internato per giungere alla loro eliminazione;

- igiene ambientale compresi i luoghi di lavoro;

- misure antinfortunistiche idonee nelle abitazioni, nelle scuole, nei luo­ghi di lavoro e in ogni altra sede;

- deciso miglioramento delle condizioni sanitarie e ambientali alle ge­stanti, alle partorienti, alla prima infanzia e a tutti i cittadini (ad esempio, molti diventano spastici a causa di gestazioni o/e di parti privi di idonea assistenza);

- raggiungimento del minimo vitale funzionale per quanto concerne la disponibilità finanziaria dei nuclei familiari;

- abolizione delle classi differenziali che sono vere isole di segregazione e creazione, ove necessario, di classi di rotazione per particolari trat­tamenti (ad esempio di logopedia, di educazione psicomotoria, ecc.);

- abolizione delle scuole speciali autonome (per ciechi, sordomuti, deboli dell'intelligenza, ecc.) e creazione, ove necessario, di classi speciali presso le scuole normali;

- abolizione delle barriere architettoniche.

Naturalmente gli obiettivi a breve termine dovranno essere raggiunti in modo da costituire piattaforme valide per arrivare agli obiettivi a lungo termine, il che richiede una partecipazione cosciente dei cittadini.

 

3.4. Equivoci nella prevenzione

Da molte parti viene affermato che la prevenzione consisterebbe nell'intervenire appena insorge una malattia o una difficoltà e nella continua­zione dei trattamenti diretti ad evitare ricadute.

In tal modo si spaccia per prevenzione la cura tempestiva e la post­-cura, con l'evidente scopo di non intervenire nelle cause socio-ambientali ed economiche disadattanti.

 

3.5. Unificazione dei servizi

Se l'aspetto prioritario degli interventi sanitari e di quelli assisten­ziali è la prevenzione, sono allora evidenti i loro strettissimi legami, fatto che porta alla necessità di non separare gli interventi ma di unificarli in un unico servizio.

D'altra parte occorre notare che una gran parte degli interventi dovrà essere effettuata nella scuola, per cui occorre anche uno stretto collega­mento fra i servizi di prevenzione e la scuola, e altrettanto dicasi per quanto riguarda gli ambienti di lavoro, ecc.

In ogni caso occorre evitare che vi sia uno stacco fra servizi di preven­zione e servizi curativi, condizione che si può ottenere ponendo tutti i servizi sociali sotto una direzione politica, direzione che dovrà evidente­mente essere partecipata dai cittadini.

 

 

4. PARTECIPAZIONE

 

4.1. Responsabilizzazione della comunità

Attribuendo il problema dei servizi sociali alla competenza esclusiva o quasi dei tecnici, si deresponsabilizza progressivamente la comunità, per cui il suo livello di accettazione delle persone in difficoltà scende inevi­tabilmente, provocando pertanto l'aumento del numero di tali persone che vengono a trovarsi in situazione di difficoltà.

Il problema basilare invece è quello di evitare l'emarginazione (il che ovviamente non esclude, anzi richiede più imperiosamente trattamenti specialistici), per cui occorre che la comunità resti sempre coinvolta nei problemi socio-assistenziali in particolare e in quelli sociali in generale.

 

4.2. Partecipazione

Di qui deriva anche la necessità della ricerca di strutture che consen­tano la maggior partecipazione possibile della comunità sia alla determi­nazione degli indirizzi della politica sociale in generale e di quella socio­assistenziale in particolare sia alla gestione (cogestione, autogestione) dei servizi. Tale gestione si intende in senso comunitario e non corporativo e cioè non di esclusiva competenza degli utenti, ma di tutti i cittadini

La condizione prima per una effettiva partecipazione è la ristruttura­zione degli enti locali, attribuendo ad essi precise ed ampie competenze ed i mezzi necessari.

Occorre pure che i poteri decisionali siano affidati al numero più limi­tato possibile di organi, di modo che i cittadini abbiano anche la possi­bilità di conoscere chi detiene effettivamente detti poteri. Occorre inoltre che i poteri decisionali siano vicini il più possibile ai cittadini, anche sotto il profilo della loro collocazione territoriale.

La creazione delle unità locali di servizi in sostituzione dei comuni, di cui si dirà più avanti, permette di avere 700-800 unità locali invece degli attuali 8055 comuni e permette inoltre una drastica riduzione o la soppres­sione degli attuali 40.000 enti che operano nel solo settore assistenziale.

 

4.3. Tendenze contro la partecipazione

Vi sono tendenze in atto contro la partecipazione miranti a:

1) attribuire funzioni, nelle stesse materie, a Comuni, consorzi fra comuni, unità locali, province, regioni, ministeri, frazionando ulteriormente le competenze attuali;

2) istituire, con il pretesto della prevalente funzione tecnica e non politica, consigli di amministrazione per ciascuna materia (vedansi ad esempio i consigli di amministrazione degli ospedali, il tentativo del Ministero dell'interno di trasformare gli E.C.A. in unità socio-assistenziali, la pro­posta dell'INAM di porre i suoi poliambulatori quali nuclei centrali e basilari delle unità sanitarie locali) ;

3) frazionare le stesse singole materie, come ad esempio per il settore assistenziale, con la creazione degli enti regionali per ciechi, sordo­muti, invalidi, anziani, ecc.;

4) costituire le unità sanitarie locali tenendo esclusivamente conto dei bisogni terapeutici e limitando la prevenzione al livello personale (vac­cinazioni, schermografie, ecc.) e non intervenendo pertanto sulle strut­ture sociali disadattanti (scuola, lavoro, piani urbanistici, servizi vari);

5) predisporre leggi quadro che indichino in modo dettagliato le attività che devono essere svolte dai comuni, dalle province, dalle unità locali, di modo che la potestà legislativa spettante alle Regioni diventerebbe poco ampia e quindi politicamente non significativa.

 

 

5. REGIONI, COMUNI, UNITA' LOCALI E PROVINCE

 

5.1. Competenze delle Regioni

L'art. 117 della Costituzione attribuisce alle Regioni potestà legislativa, fra le altre, nelle seguenti materie:

circoscrizioni comunali,

beneficenza pubblica ed assistenza sanitaria ed ospedaliera,

istruzione artigiana e professionale e assistenza scolastica,

urbanistica,

lavori pubblici di interesse regionale.

L'art. 118 della Costituzione prevede: «La Regione esercita normal­mente le sue funzioni amministrative delegandole alle Province, ai Comuni o ad altri enti locali o valendosi dei loro uffici».

 

5.2. Situazione demografica dei Comuni

La divisione in classi di ampiezza demografica dei Comuni italiani risulta dal seguente specchietto che riporta i dati del censimento del 1961:

Classi ampiezza demografica (abitanti)                    Comuni                      Abitanti

              fino a           500                                             491                      174.996

              501 -          1000                                          1.017                      765.850

            1001 -          2000                                          1.844                   2.717.080

            2001 -          3000                                          1.246                   3.029.936

            3001 -          4000                                             824                   2.824.432

            4001 -          5000                                             627                   2.780.077

            5001 -        10000                                          1.172                   7.978.950

           10001 -        20000                                             488                   6.572.969

           20001 -        30000                                             137                   3.277.844

           30001 -        50000                                              95                   3.586.274

           50001 -      100000                                              62                   4.384.940

               oltre      100000                                              32                 12.530.221

Totale                                                                       8.035                 50.623.569

 

La situazione dal 1961 ad oggi, a causa della emigrazione e della immi­grazione, si è modificata nel senso che il numero degli abitanti nei comuni piccoli è diminuito, ed è aumentato nei comuni grandi.

Questa situazione si è verificata anche nel Piemonte.

Affermare di decentrare ai Comuni funzioni politico-amministrative significa pertanto non tenere conto della realtà estremamente diversa dei Comuni stessi, in quanto è indiscutibile ad esempio che i comuni piccoli non sono in grado di svolgere alcuna funzione politico-amministrativa.

 

5.3. Bisogni dei cittadini e unità locale dei servizi

Partendo dal bisogni dei cittadini, è stata individuata l'unità locale dei servizi intesa secondo la definizione di Trevisan (4), come «una circo­scrizione territoriale e demografica valutata come ambito-base minimo in cui funzionalmente si possa prevedere la presenza di tutti quei servizi di interesse generale il cui massimo decentramento sia auspicabile e pos­sibile». Detta unità locale è quindi anche l'ambito-base minimo che con­sente la maggior partecipazione possibile dei cittadini.

L'unità sociale potrebbe comprendere dai 50.000 ai 100.000 abitanti.

 

5.4. Compito delle unità locali

Alle unità locali dovrebbero essere attribuite le funzioni base in ma­teria di assistenza sanitaria e psichiatrica, di assistenza sociale (ivi com­presa quella scolastica), e tutte le altre competenze operative nelle ma­terie delegate alle Regioni dall'art. 117 della Costituzione e nelle materie affidate dalle leggi dello Stato.

Una richiesta fondamentale sarebbe quella di lottare per ottenere che la materia «istruzione prescolastica e scolastica di ogni ordine e grado» e non solo l'istruzione artigiana e professionale venisse attribuita alle Regioni e di conseguenza alle unità locali.

Pertanto alla Regione dovrebbero essere affidate le competenze in materia di preparazione professionale degli insegnanti specializzati, istrut­tori professionali, assistenti sociali, educatori, logopedisti, fisioterapisti, ecc. e l'aggiornamento di tutto il personale, compreso quello medico, sociale e amministrativo, che opera nella Regione, nei Comuni e nelle Province.

Un altro compito fondamentale delle unità locali dovrebbe essere quello di fornire gli elementi base e le richieste per la programmazione regionale e nazionale affinché veramente non vengano imposte ai cittadini soluzioni dall'alto.

 

5.5. Comuni e unità locali

Le unità locali di servizi, che dovrebbero comprendere dai 50.000 ai 100.000 abitanti, corrispondono ai Comuni aventi questa popolazione.

Sarebbe necessario che i comuni con popolazione inferiore ai 50.000 abitanti si consorziassero per costituire l'unità locale.

Sarebbe però preferibile che la Regione attuasse l'art. 133, secondo comma della Costituzione, unendo i comuni al fine che il nuovo ente venga a coincidere con l'unità locale (5).

Per i comuni con popolazione superiore ai 100.000 abitanti occorrerà prevedere la loro ripartizione in unità locali.

Con la creazione delle Unità locali piccoli comuni attuali verrebbero ad essere unificati nelle unità locali; le funzioni di quelli grandi, come ad esempio il Comune di Torino, potrebbero essere affidate alle unità locali (quartieri).

Per raggiungere questo obiettivo occorreranno ovviamente dei tempi lunghi. Pertanto, se ritenuto valido quanto sopra, potrebbero essere ricer­cati gli obiettivi a breve e medio termine e cioè le tappe intermedie (con­sorzi dei comuni piccoli, creazione dei comitati di quartiere con funzioni politiche nei comuni grandi).

Si ritiene però di fondamentale importanza che sia evitata ad ogni costo la creazione di unità tecnocratiche. Se oggi è infatti difficile togliere il potere ai burocrati, domani sarà ancor più arduo smuovere i tecnici dai loro centri di potere.

 

5.6. Compiti delle Province

Poiché tutte le funzioni non possono essere svolte dalle Unità locali, si rende necessaria l'attribuzione di dette competenze ad un ente inter­medio fra Unità locali e Regioni: la Provincia. Frazionare invece dette com­petenze, creando molteplici organi (come è avvenuto ad esempio per i consigli di amministrazione degli ospedali), significa tecnicizzare i problemi e impedire una effettiva partecipazione.

Compito primario delle Province dovrebbe essere quello di favorire la creazione delle Unità locali, sollecitando la partecipazione dei cittadini, fornendo assistenza tecnica: si tratta cioè di invertire la tendenza attuale che porta la Provincia ad assumere competenze dei comuni (come avviene, ad esempio, per la medicina scolastica), allontanando dai cittadini in tal modo, e non avvicinando, i servizi e gli organi decisionali.

 

5.7. Regioni ed altri enti 

Allo scopo di consentire una effettiva partecipazione dei cittadini alle decisioni sulla istituzione dei servizi e sulla loro gestione, la Regione non dovrebbe svolgere alcuna attività operativa direttamente o tramite enti propri.

Il livello operativo resterebbe pertanto affidato esclusivamente alle Unità locali e alle Province, di cui si può ipotizzare una ristrutturazione in comprensori (cioè in organi politico-amministrativi con delimitazione territoriale comprendente più unità locali). Il numero dei nuovi compren­sori potrebbe risultare inferiore a quello delle attuali province.

 

5.8. Centro nazionale

Ad un ministero esistente ristrutturato o ad uno nuovo dovrebbero essere affidati i compiti di coordinamento, di alta vigilanza, di ricerca dei bisogni e delle cause relative e di programmazione.

A detto centro non dovrebbero essere affidate funzioni operative.

Le competenze del centro nazionale delle regioni, delle province, delle unità locali dovrebbero essere fissate con legge-quadro non troppo det­tagliata e non rigida.

 

 

 

(1) Documento dell'Unione Italiana per la Promo­zione dei Diritti del Minore. L'Unione ha approfondito mag­giormente i problemi socio-assistenziali e la presente rela­zione ne risente. Tuttavia si ritiene (e nel corso della rela­zione si cerca di dimostrarlo) che l'approccio socio-assi­stenziale conduca alle stesse conclusioni dell'approccio socio-sanitario e di quello culturale-educativo, sempre che si parta dall'esigenza del soddisfacimento dei bisogni delle persone e si riconosca nello stesso tempo la priorità degli interventi preventivi.

Il presente documento è stato redatto soprattutto per la ricerca degli obiettivi a lungo termine. Se detti obiettivi risulteranno validi dal dibattito, sarà poi relativamente fa­cile proporre gli interventi a breve e medio termine.

(2) Vedasi, ad esempio, lo schema di disegno di legge del Ministero della pubblica istruzione: «Istituzione, organizzazione e funzionamento di scuole elementari speciali, di lavoratori-scuola, di sezioni occupazionali e di classi differenziali» in Prospettive assisten­ziali, n. 10, Via Artisti 34, Torino.

(3) Vedasi al riguardo Fondazione Zancan, «L'Unità locale dei servizi», a cura di A. Farrace (ciclostilato) e i quaderni n. 8 e 13 di detta Fondazione.

(4) C. Trevisan, Unità locale e poteri locali, Quaderno n. 13, Ed. Fondazione Zancan 1970.

(5) A questo riguardo si segnala l'avvenuta fusione dei Comuni calabresi di S. Eufemia Lametia, S. Biase e Nicastro, nell'unico comune di Lametia Terme.

Questa fusione ha dato ottimi risultati (vedasi C. Tedeschi in Unità locale e poteri locali, op. cit., pag. 123 e segg.).

L'art. 133, 2° comma della Costituzione prevede: «La Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni».

 

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